Giorgio Merlo – I popolari
Giorgio Merlo, come sempre nei suoi scritti, ci invita a ragionare di politica. Filo conduttore del suo ultimo libro “I popolari” (editore Marcianum Press) è quello che ritiene essere un bivio ormai posto di fronte alla cultura del popolarismo. In buona sostanza, secondo Merlo, il mondo che fa riferimento al cattolicesimo democratico si trova dinanzi ad un’alternativa secca e ineludibile. O nasce un soggetto politico capace di rappresentare quella presenza culturale e politica in modo pieno, autonomo e visibile, oppure essa è destinata a cadere nell’irrilevanza e a non incidere più nell’arena pubblica.
Tutto ruota dunque attorno a questo dilemma. Una questione da risolvere in breve tempo: l’avventura o il letargo, dice l’autore. Il rischio di battere strade nuove o l’accontentarsi di semplici strapuntini, tra modeste quote di seggi e ridotti spazi di agibilità politica offerti, o meglio concessi, da altri. In quei partiti leaderistici dove la fedeltà al capo paga più della competenza e dove l’inespressività culturale è quasi un requisito.
Il punto è che dalla fine della Dc, e dopo il frettoloso tramonto del Ppi di Martinazzoli e la confluenza della Margherita nel Partito democratico, la cultura del popolarismo non ha più trovato una propria collocazione. Altro che partito plurale ove convivono alla pari culture e tradizioni diverse, il Pd oggi sembra aver mutato il proprio Dna iniziale, trasformandosi in una forza massimalista dove il riformismo cattolico risulta marginalizzato. Stessa cosa accade sul versante di centrodestra, in Forza Italia, con la cultura del popolarismo affidata, come un semplice vessillo, a qualche singola individualità.
D’altronde siamo alle prese con un bipolarismo dove arbitri della contesa sono le parti più estreme. Un sistema politico cui è addirittura estraneo il metodo dei cattolici democratici, che fa del dialogo e della mediazione i suoi punti di forza. Ne deriva un impoverimento della politica che si ritrova priva di quella cultura che per quasi mezzo secolo aveva retto i destini del nostro Paese.
Per uscire da questa situazione, ecco allora l’atto di coraggio di cui parla Merlo. Un soprassalto, un recupero di quella cultura politica popolare e centrista capace di lanciare una nuova sfida. Un ritorno di quella presenza che – qui sta il vero paradosso – dopo aver visto prevalere sul campo le proprie scelte di fondo (libertà, equità sociale, europeismo), condivise ormai da quasi tutto l’arco delle forze politiche ha finito per scomparire dalla scena pubblica, eclissandosi agli occhi degli elettori. E forse buona parte dell’astensionismo deriva anche da questa assenza dall’agone politico.
Certo, servirebbe anche una legge elettorale proporzionale. Era buon profeta Carlo Donat Cattin quando diceva che i cattolici democratici sono nati con la proporzionale e scompariranno senza di essa, Ma se metter mano al sistema elettorale è sicuramente necessario, condizione indispensabile è, ancor di più, essere saldi sulle proprie idee e sui propri valori. Il coraggio nasce da qui.
L’appello ai Liberi e Forti di don Sturzo, in tempi non certo meno complicati di quelli attuali, nasceva proprio da questa profonda convinzione. Se questa sia ancora presente negli odierni, e un po’ sbiaditi, epigoni del popolarismo è tutto da vedere. Merlo parla di un bivio. Ai popolari la scelta: raccogliere la sfida di una nuova stagione politica o rassegnarsi, e forse acconciarsi, ad un vivacchiare a casa d’altri. Risveglio o tramonto: non ci sono altre possibilità.
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