Venezuela, enormi interessi in gioco

La crisi in Venezuela peggiora costantemente e il recente blackout che ha paralizzato la nazione ha reso la situazione ancora più esplosiva. Le tensioni che lacerano il Paese, oltretutto, non sono dovute solo a fattori interni, ma anche a pesanti ingerenze esterne. Sono gli Stati Uniti a premere maggiormente per rovesciare l’attuale esecutivo, con il beneplacito di quasi tutti i Paesi che, su entrambe le sponde dell’Atlantico, quella latinoamericana e quella europea, si riconoscono nella leadership di Washington. Un interesse strategico che, specularmente, viene invece osteggiato da Russia e Cina, impegnate a sostegno del governo in carica.

Questa dicotomia rende difficile l’analisi della situazione, perché ci si muove sullo scivoloso substrato di letture e ideologie contrapposte, anche se in controluce sono ben visibili gli enormi interessi economici in ballo. Proprio focalizzandosi su questi ultimi è possibile individuare qualche punto fermo.

Il primo dato fondamentale è che il Venezuela galleggia sul petrolio, di cui detiene probabilmente le maggiori riserve mondiali, addirittura superiori a quelle dell’Arabia Saudita e, soprattutto, molto meno sfruttate. Se dovessero soddisfare solo il proprio fabbisogno interno, ne avrebbero per secoli. Oltre a questo, il sottosuolo contiene altre ricchezze, tra cui il coltan, materia prima fondamentale per l’elettronica di consumo, e svariati minerali pregiati. Poi ha enormi riserve di foreste (leggasi legname e polpa di cellulosa) e di acqua, bene primario sempre più scarso e prezioso.

Insomma, uno scrigno di risorse quasi intatto, che fa enormemente gola alle nazioni industrializzate e alle multinazionali, ansiose di mettere le mani su una ricchezza enorme, ma tenacemente difesa dal governo di ispirazione bolivariana, prima con la guida di Chavez, ora di Maduro.

Ecco, Maduro. Anche qui, una certezza. È diventato presidente vivendo nell’ombra di Chavez, ma non è certo all’altezza del suo predecessore. Per quanto Chavez potesse essere istrionico ed eccentrico, un personaggio discutibile e discusso, non c’è dubbio che fosse dotato della forza carismatica di un vero leader e riscuotesse un consenso estremamente ampio, ben superiore a quello che può vantare attualmente Maduro.

Gli errori dei governi di stampo bolivariano, insieme al calo del prezzo del greggio, hanno portato il Paese in una situazione di grave crisi. Tanto che a qualcuno deve essere parso il momento propizio per dare la spallata definitiva a un esecutivo a sua volta in oggettiva difficoltà. Già in passato gli USA avevano più volte tentato di rovesciare Chavez organizzando scioperi e sommosse, ma senza successo. Il presidente godeva di un appoggio popolare vastissimo, che gli consentiva di sventare qualunque minaccia di golpe. Per questo alcuni analisti hanno addirittura ipotizzato che il devastante cancro che lo ha ucciso sia stato in qualche modo provocato da coloro che non erano riusciti a liberarsene diversamente. Qualunque sia la verità, alla morte del presidente le opposizioni non riuscirono a prevalere, perché a vincere le elezioni fu appunto Maduro, delfino di Chavez e intenzionato a proseguire sulla stessa linea del predecessore. Ma senza il suo carisma e la sua abilità politica.

Mentre dunque Chavez riusciva a governare con autorevolezza, Maduro ha dovuto ricorrere maggiormente all’autoritarismo, che è cosa diversa. Il ribasso delle quotazioni del greggio e il conseguente crollo delle entrate statali, basate in misura quasi esclusiva sulle esportazioni di petrolio, hanno messo in oggettiva difficoltà il Paese e, di conseguenza, il suo governo.

A questo punto gli Stati Uniti e i loro alleati hanno deciso di sferrare l’attacco decisivo a un esecutivo traballante, ma ancora intenzionato a proteggere le ricchezze del Paese dalle brame delle multinazionali e delle potenze occidentali, e lo hanno fatto individuando un loro “referente” interno, che evidentemente ha come unica prerogativa di un certo interesse quella di essere manovrabile dall’esterno.

Altrimenti, non si spiegherebbe come mai uno sconosciuto politico poco più che trentenne, Juan Guaidò, appena insediato a capo dell’Assemblea nazionale, abbia potuto autoproclamarsi presidente del Venezuela ed essere immediatamente riconosciuto come tale da una cinquantina di Paesi, pronti a esautorare l’esecutivo in carica “con ogni opzione”, compreso l’uso della forza, come più volte dichiarato dagli USA. Se ancora non si è arrivati a questo punto, lo si deve probabilmente al fatto che sull’altro lato sono saldamente schierate Russia e Cina, a loro volta superpotenze in grado di far valere i propri interessi strategici.

Per questo l’azione delle potenze occidentali punta molto sull’aspetto “umanitario”. Intanto perché è una delle poche motivazioni che, nel diritto internazionale, consentono l’ingerenza all’interno di uno stato sovrano. Poi perché questo è un argomento che fa presa sull’opinione pubblica e serve benissimo allo scopo di occultare i veri interessi in gioco: praticamente tutte le guerre più recenti, in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, erano ammantate di motivazioni umanitarie, salvo poi rivelarsi qualcosa di ben diverso. All’opposto, dove gli interessi economici in gioco non giustificavano l’intervento, le motivazioni umanitarie sono state accantonate, come in Ruanda, dove si è lasciato consumare un genocidio senza muovere un dito.

Ecco allora che l’Occidente sfrutta la “potenza di fuoco” dei suoi mass media, che continuano a ripetere all’opinione pubblica di come quel cattivone di Maduro abbia messo in ginocchio il suo Paese e rifiuti anche di far entrare gli “aiuti umanitari”. Senza soffermarsi sul fatto che, se davvero si volesse aiutare la popolazione, la prima cosa da fare sarebbe quella di togliere l’embargo imposto dagli USA e dai loro alleati al Paese.

Poi sarebbe anche interessante capire da cosa dipende la scarsità di generi di prima necessità, a partire dai medicinali. Qualcuno fa notare che gran parte dell’economia del Paese è ancora in mano a piccole ma potenti oligarchie, in grado di controllare gran parte del mercato interno. E qui sta uno dei molti errori dei governi bolivariani, quello di non aver saputo limitare il potere di queste oligarchie consentendo, nel frattempo, la crescita di una borghesia media di una certa rilevanza.

Un aspetto di quello che è l’errore più grande, cioè quello di non essere stati capaci di investire i cospicui introiti derivanti dall’oro nero (quando le quotazioni erano elevate) per diversificare l’economia, in modo da non dipendere dalle capricciose fluttuazioni del prezzo del petrolio. Un errore che ora rischia di essere pagato a caro prezzo dalla popolazione, prima ancora che dal governo.

Un governo, quello di Maduro, che le potenze e la stampa occidentali, insieme all’autoproclamato “presidente” Guaidò, cercano di dipingere come un regime. Una tesi discutibile, visto che l’esecutivo in carica, sebbene affetto da errori, autoritarismo e corruzione, è stato votato dai cittadini. Certo, qualcuno parla di brogli elettorali, ma a ben vedere è proprio la presenza stessa di Guaidò a smentire questa tesi. Infatti Guaidò è arrivato a capo dell’Assemblea nazionale in quanto le elezioni hanno consegnato questo organo parlamentare alle opposizioni. E nei regimi veri le elezioni nemmeno si fanno. O, se si fanno, non le vince di certo l’opposizione.

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