Un vestito confezionato per fare l’Italia

Se oggi chiediamo ad un’italiana/o chi sono Valentino o Armani, avremo senz’altro la risposta esatta, indipendentemente dall’età, dal ceto sociale, dall’ istruzione,… di chi abbiamo interpellato. Se chiediamo loro cos’è la Facis, otterremo soddisfazione solo, forse, se stiamo parlando con un uomo di mezza età, ma se gli chiediamo notizie del Gft, vedremo per lo più delle bocche chiuse.

Ecco come, a distanza di poco meno di vent’anni, si è quasi persa la memoria di una delle più appassionanti storie industriali del secondo dopo guerra, che aveva sede a Torino. Da quell’azienda sono partite alcune intuizioni che hanno contribuito a cambiare i costumi dell’ Italia: se Valentino, o Armani, o Ungaro sono noti ad un pubblico mondiale e non solo a pochi cultori di moda (perché qualcuno produce in serie i loro capi e molti clienti li possono comprare); se oggi possiamo entrare in un negozio ed uscire, di lì a poco, con un abito nuovo, senza dover andare prima da un sarto a prendere le misure, aspettare che ce lo confezioni, magari solo se gli abbiamo già comperato noi il tessuto; se esistono negozi, grandi magazzini, centri commerciali,… che vendono abiti già pronti e confezionati,…. tutto questo lo dobbiamo al Gft (Gruppo Finanziario Tessile) che, con idee moderne “inventò” il processo di industrializzazione dell’abito, cioè inventò “l’abito già confezionato”, che troviamo subito pronto in negozio, magari ancora oggi prodotto col marchio Facis (Fabbrica Abiti Confezionati In Serie), se parliamo di abbigliamento maschile. Inventarono, per praticità, anche la prima rete di distribuzione di questo tipo di abiti, cioè i negozi dei vestiti già pronti, che prima non esistevano (né i vestiti già pronti, né tanto meno i negozi di quel tipo,…). Se facciamo uno sforzo, qualcuno ricorderà le insegne Marus (Magazzini Abiti Ragazzi Uomo Signora) nel centro delle principali città italiane, dove un’intera famiglia poteva immediatamente vestirsi: col marchio Ventanni per i più giovani e le signore con abiti Cori (Confezioni Rivetti) o Corilady. Tutto questo accadeva sotto la regia dell’azienda “capogruppo”, il Gft, una realtà che arrivò ad occupare oltre diecimila dipendenti in stabilimenti ed uffici in Italia, in Messico, in Cina, negli Stati Uniti,… partita da un quartiere torinese allora periferico, Borgo Aurora.

Ebbene, se tutto quanto sopra ci sfugge,… possiamo informarci leggendo: La tecnologia del GFT. Un fattore del successo del Gruppo Finanziario Tessile di Luigi Proietti Grilli (Edizioni A4, Chivasso) che, attraverso il racconto di “come” si produce un vestito in una grande fabbrica (operazione di estrema complessità), racconta quegli anni di grande crescita tecnica ed economica, di cui l’autore fu uno dei protagonisti.

La prefazione di Carlo Rivetti, ora patron dei capi maschili iper tecnologici di Stone Island (l’ultimo rappresentante della famiglia di industriali piemontesi a lavorare nell’azienda creata da suo padre e dai suoi zii), ci introduce nel clima emozionante di quell’esperienza umana e non solo lavorativa, e la postfazione di chi ha scritto queste righe, tenta di ricostruire un pezzo di storia industriale e dei costumi del nostro paese.

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