Il nuovo Pd di Zingaretti alla prova dei fatti

Nicola Zingaretti, nuovo segretario del Partito Democratico.

Le primarie del Pd sono sempre una bella prova di democrazia e partecipazione popolare. Quella che si è svolta ad un anno esatto dalle ultime elezioni politiche lo è in particolare perché ha dimostrato che tra elettori e simpatizzanti del Partito Democratico vi è voglia di voltare pagina per costruire una alternativa ampia e credibile all’attuale governo e al centrodestra. Con la scelta di Nicola Zingaretti il Pd si avvia a ritornare nell’alveo dei partiti socialisti europei, superando il modello di partito delle sue origini, quello lanciato da Veltroni, di un partito a vocazione maggioritaria e, come tale, di un partito plurale, che ambiva a rappresentare la sintesi delle principali culture riformiste.

Una svolta che implica anche un ricambio fisiologico di personale politico, preferibile alla sola operazione nostalgica di raccolta di tanti noti ex, ma che soprattutto porrà questa nuova grande forza socialista di fronte alle questioni che attanagliano i suoi partiti “fratelli” come il Ps francese, il Pse, la Spd o il Labour: la prosecuzione delle politiche lib-lab, blairiane oppure una netta svolta verso il ritorno a politiche neokeynesiane, (ri)definendo le condizioni che rendono possibili le politiche espansive, di sviluppo, di riduzione della disuguaglianza, di valore e dignità del lavoro.

Quando il nuovo segretario del Pd afferma che la politica deve ripartire da ciò che incide sulla vita delle persone, sembra proporre una narrazione assai diversa da quella prevalente durante l’ultimo anno successivo alla sconfitta elettorale del 4 marzo 2018, non solo tra i gruppi dirigenti del Pd ma anche nei media e tra molta parte dell’intellighenzia progressista, anche cattolica. Una narrazione, sostitutiva di una seria analisi sulle cause della sconfitta, che ha avuto i suoi principali sponsor politici in Renzi e nella Boschi, secondo la quale il drastico calo di consenzi al Pd tra il proprio elettorato di riferimento fosse dovuto non a problemi reali e riscontrabili bensì ad una cattiva comunicazione (le fake news, gli hacker russi buoni per ogni occasione e via fantasticando). Se d’ora in avanti Zingaretti riuscirà a risintonizzare il Pd sul Paese reale, quello che in grande maggioranza, almeno i due terzi della popolazione, ha subito un impoverimento dovuto alla precarizzazione del lavoro, al peggioramento delle forme contrattuali e alla diminuzione delle retribuzioni, ai tagli alla sanità, alla scuola, alle pensioni, ad un fisco resosi nella scorsa legislatura comprensivo e materno con i miliardari che ritornano in Italia e spesso vessatorio per le partite iva, le micro imprese a conduzione familiare e i dipendenti con salari medio-bassi, bene allora si creeranno i presupposti per un nuovo dialogo fra il principale partito della sinistra e quella classe media che ha voltato le spalle al Pd, più per protesta che per dissenso sugli ideali, e lo ha fatto in modo chiaro e plateale, dando il proprio voto a partiti, come quelli che sostengono l’attuale governo, che pure manifestavano una grande dose di improvvisazione e di incompetenza, palesatasi ancor più alla prova del governo.

É probabile che i prossimi mesi di campagna elettorale per le Europee agevolino questo intento del neo-segretario Pd di recupero di credibilità e di progettualità. La vera prova che attende Zingaretti, e le chances di ripresa del Partito Democratico, è quella dei fatti, delle scelte concrete oltre la scadenza elettorale del prossimo 26 maggio. A quel punto saranno richieste non diatribe ideologiche fra politologi ed economisti, bensì la semplice consequenzialità delle scelte politiche, anche quelle più difficili, rispetto ai propositi che si enunciano, rispetto alla necessità di subordinare le ragioni del mercantilismo al primato della persona, rispetto alla necessità di politiche economiche e monetarie al servizio della dignità del lavoro, dello sviluppo e della democrazia e non più determinate in modo avulso dall’economia reale e dalle speranze e dalle possibilità di futuro delle persone e dei popoli. Quello che in questi anni è mancato al Pd e all’intero centrosinistra. Una cosa appare pertanto certa: senza cambiare il verso delle politiche seguite negli anni precedenti della sua pur breve storia, il Pd non potrà recuperare il deficit, che prima che elettorale è deficit di reputazione, al cospetto dei ceti popolari e lavoratori.

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