Tav, da irresponsabili fermare tutto.

Il vero problema del Tav è che non ci troviamo più davanti ad una linea ferroviaria che collega due diversi Stati, ma dinanzi ad una colossale ed assurda contesa ideologica. E se siamo a questo punto molte responsabilità, anche se non tutte, sono di una politica incapace, nel corso di questi trent’anni, di spiegare il senso dell’opera che intendeva realizzare. Che peraltro si discuta di questo treno da trent’anni è, per certo versi, ancora più assurdo, poiché se per costruire una ferrovia, pur complicata da una serie di gallerie da scavare sotto le montagne, ci si impiega il tempo di una generazione c’è davvero qualcosa che non funziona. E qui entrano in gioco anche le nostre capacità di realizzare, possibilmente nel migliore dei modi, le opere pubbliche. Forse è la volontà a mancare.

Di certo, nel corso dei decenni, qualcosa si è inceppato, rendendo clamoroso, ed ormai non più sostenibile, il deficit infrastrutturale del nostro Paese. Un tempo non era così. Anzi, in fatto di grandi opere eravamo addirittura all’avanguardia. Si potrebbe ricordare, e nel dirlo non ci muove alcuna nostalgia ma un semplice dato di fatto, che in soli dieci anni il fascismo riuscì a bonificare l’Agro Pontino e a fondare, sui terreni prosciugati, ben sei città. In un’epoca a noi più vicina vale poi la pena sottolineare come nei primi anni Settanta avevamo, insieme alla Germania, la più fitta e moderna rete autostradale d’Europa. In quegli anni, nel campo della viabilità, la Francia era famosa soltanto per la sue pericolose statali a tre corsie, che spesso causavano gravissimi incidenti nei sorpassi, e la Spagna, ancora immersa nelle ultime propaggini del franchismo, non disponeva che di un paio di tronchi autostradali, in Catalogna e vicino a Madrid. Adesso è l’Italia ad inseguire: Francia e Spagna ci hanno surclassato sia come sistema di autostrade sia nell’alta velocità ferroviaria e Madrid ha realizzato quest’ultima grazie a quei fondi europei che noi siamo persino incapaci di spendere. E proprio il mancato ammodernamento delle ferrovie, in alcune zone ancora a binario unico, è una delle più gravi carenze attuali; mentre è evidente a tutti che le ferrovie, comprese quelle ad alta velocità, sono il vero futuro della nostra mobilità, perché meno inquinanti della gomma.

Risulta dunque surreale vedere che per la linea Torino-Lione si sia fatta un’analisi costi-benefici in cui compaiono tra i costi, ovvero tra gli elementi a sfavore dell’opera, le ridotte accise sui carburanti e i minori introiti dei pedaggi delle autostrade. Quasi si voglia, imperterriti, proseguire sull’ antiecologico trasporto su gomma, senza puntare, per davvero, su un diverso modello di sviluppo.

I tecnici, peraltro scelti in larga parte tra professionisti contrari al Tav, hanno emesso il loro verdetto. Adesso la palla passa alla politica, da cui è lecito attendersi qualcosa di più della mozione Lega-5S che congela i lavori per ridiscutere integralmente il progetto. C’è infatti da sperare che, in un soprassalto di ragionevolezza, il governo inizi a considerare le grandi opere, compreso il Tav, come un decisivo fattore di sviluppo. Esse infatti sono delle dotazioni pubbliche che modificano l’offerta rendendo disponibile un bene più efficiente, tale da creare una domanda aggiuntiva che prima dell’opera non trovava soddisfazione. Per non parlare poi del fatto che, sul Tav, vi è da mantenere un preciso impegno internazionale, pena la definitiva perdita di credibilità del nostro Paese.

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