Storie di frontiera

C’erano una volta le frontiere. Divisioni fra Stati, con dogane, controlli, presidi militarizzati. Poi venne l’Europa unita, il trattato di Schengen per la libera circolazione delle persone. E le frontiere svanirono, i posti di controllo vennero chiusi, ti accorgevi di essere entrato in un’altra nazione solo dai cartelli stradali.

Oggi le frontiere sono tornate. E non è un bel segnale.

Esemplare quello che sta succedendo fra Italia e Francia, due Paesi fondamentalmente amici e alleati, nonostante le rivalità sempre presenti, dallo sport all’economia, passando per ampie dosi di reciproche ironie e prese in giro.

Da parecchi mesi le due nazioni sono ai ferri corti e recentemente c’è stata una crisi diplomatica senza precedenti, con Parigi che ha richiamato il proprio ambasciatore, una cosa inaudita. I motivi di frizione sono molteplici, ma molto influisce anche l’atteggiamento dei reciproci esecutivi, proiettati verso le prossime elezioni europee con campagne elettorali aggressive, che enfatizzano la contrapposizione fra due schieramenti che sembrano non avere alternative.

Da un lato, i sostenitori a oltranza dell’Europa attuale, lontanissima dai sogni dei padri fondatori, evidentemente insostenibile e in forte calo di consensi, perché ridotta a una costruzione economicista e monetarista, lontana dai bisogni delle persone e dove a farla da padrone sono multinazionali, lobby, affaristi e burocrazie. Dall’altro lato, i sovranisti, convinti che la soluzione sia semplicemente di dissolvere l’Europa unita, tornando agli Stati nazione che difendono i propri interessi senza un comune disegno continentale. I primi difendono una costruzione fonte di problemi, i secondi ne propongono la distruzione, senza rendersi conto (oppure sì?) di quali altri problemi ben maggiori verrebbero a crearsi.

In un mondo globalizzato, nazioni affette da nanismo territoriale, demografico ed economico come quelle europee non riuscirebbero più a essere competitive contro i nuovi giganti emergenti, in particolare la Cina, ma non solo. In un mondo dove imperversano problematiche globali come i cambiamenti climatici, è impensabile muoversi da soli, senza un coordinamento su scala almeno continentale. Soprattutto, l’Europa è già stata divisa per secoli. E queste divisioni sono state fonte di conflitti continui, centinaia di guerre piccole e grandi che hanno provocato distruzioni, miseria e milioni di morti.

Tornare indietro non sembra proprio una grande idea.

Eppure lo stiamo facendo. Le frontiere sono tornate, come dicevamo. E già oggi uccidono, proprio come succedeva in passato. Non a causa delle guerre, o perlomeno non ancora. Ma per le politiche di chiusura sull’immigrazione, altra problematica che andrebbe risolta a livello comunitario, dove invece la contrapposizione regna sovrana.

La stessa Francia che, in maniera cinica e ipocrita, ci bacchetta perché trattiamo male i migranti, fin dal giugno 2015 ha chiuso e militarizzato la frontiera, impedendo il passaggio legale dei disperati che cercano di raggiungere il suo territorio. Nei mesi scorsi, ne ha addirittura risbattuto qualcuno in territorio italiano, sconfinando bellamente con i propri gendarmi al confine tra Claviere e Montgenevre. E le esercitazioni militari in quota dei francesi si moltiplicano. Presidi a lungo inutilizzati ospitano nuovamente plotoni stanziali di alpini, che si muovono lungo quegli stessi monti e sentieri teatro degli scontri della Seconda Guerra Mondiale.

Il risultato è che ora quel confine è nuovamente presidiato anche dalle nostre forze dell’ordine, dopo che ormai il posto di frontiera era da tempo abbandonato e in via di dismissione, residuo di un’epoca che pensavamo di esserci lasciata alle spalle.

Ma c’è un’altra questione aperta: una volta chiuse le vie legali, ai profughi resta solo la possibilità di varcare la frontiera in modo clandestino, passando di notte fra i monti, come facevano i contrabbandieri molti decenni fa. Ma, a differenza di questi ultimi, i migranti non conoscono boschi e sentieri, non sono attrezzati e preparati per affrontare la montagna di notte, in pieno inverno, nella neve. Nonostante il riscaldamento globale, i cui effetti a queste quote sono evidentissimi, le temperature notturne restano proibitive per persone impreparate. E il rischio di subire seri danni o lasciarci la pelle non è affatto remoto.

Questa settimana è toccato a Tamimou, un ventottenne originario del Togo. Nella notte di mercoledì, approfittando del chiarore della luna piena, ha tentato la traversata insieme a un gruppo di altri disperati, ma a causa dell’inesperienza sono finiti in neve fresca e il ragazzo, evidentemente privo di un equipaggiamento adeguato, ha perso le scarpe, cadendo rapidamente in ipotermia. I compagni lo hanno trascinato sulla statale che collega Montgenevre a Briancon, cercando aiuto, ma alle tre e mezza di notte ben pochi passano di lì, e nessuno di quei pochi si è fermato. I soccorsi sono arrivati dopo due ore, troppo tardi per salvare il ragazzo, che è morto sul bordo della strada.

Questo nonostante proprio a Briancon, di fronte alla stazione, ci sia un rifugio creato per soccorrere i profughi che tentano di varcare il confine clandestinamente. Ma molti temono di incorrere nelle pesanti sanzioni che il Governo d’oltralpe ha decretato per chi supporti l’immigrazione clandestina. Ma soccorrere un uomo in preda ad assideramento non è un crimine, almeno per ora. Semmai, è criminale l’atteggiamento dei vertici delle nazioni europee nei confronti della questione migratoria.

In questo senso, gli esecutivi di Italia e Francia sono entrambi pessimi esempi, con le loro politiche vessatorie nei confronti dei migranti e con la contrapposizione che oppone i rispettivi Governi, per fortuna senza per ora influenzare i sentimenti dei reciproci cittadini, improntati alla pacifica convivenza fra i due popoli. Al contrario, gli esecutivi di Roma e Parigi litigano ormai su quasi tutto, in un’ottica pericolosamente sovranista.

Eppure, è proprio la componente sovranista del governo italiano a sostenere con forza il progetto del TAV, il tunnel transfrontaliero che dovrebbe costituire un ulteriore collegamento con la Francia, doppione dell’attuale traforo del Frejus. Un progetto monco, dal momento che il nuovo tunnel verrebbe poi collegato alla linea ferroviaria attuale, per la quale non sono previsti lavori di adeguamento, nonostante se ne lamenti l’inadeguatezza.

Ma allora perché partire proprio dal tunnel, il segmento meno rilevante dal punto di vista logistico? Forse perché è proprio sul tratto transfrontaliero che sono previsti i finanziamenti dell’Unione Europea?

A pensar male, diceva qualcuno, si commette peccato, ma spesso ci si azzecca. Anche perché tutti i sovranisti hanno finora dimostrato di essere molto critici nei confronti dell’UE, ma molto meno riguardo ai generosi contributi comunitari. Del resto si sa, pecunia non olet.

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