Immigrazione e integrazione: un’idea dal profondo sud degli Stati Uniti

La scorsa settimana ero negli Stati Uniti, fra New England e vecchio Sud. Il dibattito pubblico era dominato dalla polemica sulla nuova legge varata dallo stato del Nevada sul controllo degli  immigrati illegali; di fronte all’inerzia del governo federale sull’argomento, lo stato ha “sfidato” Washington decidendo di legiferare sul versante “criminale”, dando la facoltà alla polizia di fermare chiunque fosse “sospetto” di essere un “alien”. Pur modificato in senso meno drastico in fase di approvazione, il provvedimento sta suscitando sconcerto e indignazione.

Durante una sosta a Charlotte (North Carolina) ho visitato un museo inaugurato di recente, dal nome “Levine Museum of the New South”. Consiglierei di dare un’occhiata a quel luogo, in particolare ai nostri amministratori regionali o comunali (o almeno ai membri delle commissioni cultura degli  organismi istituzionali). Ne trarrebbero qualche idea e qualche elemento di riflessione.

Una premessa. Gli stati North e South Carolina fanno parte delle 13 colonie inglesi che parteciparono alla guerra d’indipendenza e costituirono il nucleo originario degli Stati Uniti. Durante la Guerra Civile degli anni 60 del 1800  parteggiarono per la secessione, e pur dopo la sconfitta mantennero fra le pieghe della società atteggiamenti e pratiche razziste, fino agli eccessi e i crimini del Ku Klux Klan. Momenti di frizione si ebbero quando qualche buontempone della leadership politica innalzò la bandiera confederale accanto a quella a stelle e strisce di fronte al parlamento statale. Roba da leghisti sudisti, insomma.

Bene, il New South parte proprio da qui. L’ingresso del museo si apre su un ampio locale con un impatto sul pubblico che non nasconde proprio niente e, in termini assolutamente autocritici, utilizza materiale storico per un collettivo “mea culpa”. Ambiente multimediale, con video, foto, suoni. Immagini di linciaggi a sfondo razzista sono coperte da un foglio sollevabile su cui si spiega che potrebbero impressionare i visitatori minorenni. Il messaggio è chiaro: mai più, si volta pagina, non siamo più così, non vogliamo essere più così.

Si entra poi in un open-space in cui si descrive l’oggi, a sua volta diviso in locali più piccoli dedicati a diverse etnie coinvolte negli attuali flussi di immigrazione, dal Messico alle Filippine e l’India, alle migrazioni interne. Anche qui vasto uso di media, con una prevalenza di video da cui facce simpatiche o sofferenti, di uomini-donne-bambini, bianchi e neri e “coloured”, ricchi e poveri, raccontano la loro storia. Sono a disposizione “instant tests” su cui i visitatori possono esercitarsi a rispondere: se io fossi un immigrato, che parte della mia cultura vorrei mantenere e quale lascerei dietro di me?  Cosa mi interessa della storia e della vita degli altri? Come mi comporto con gli ultimi arrivati? Che significa diventare cittadino americano?

“Changing places” si intitola questa ampia sezione, che mette a confronto il Sud dei campi di cotone con la realtà di oggi, caratterizzata dai grattacieli del terziario finanziario e del commercio. Come spesso nei “folk museums” degli Stati Uniti, c’è la possibilità di sperimentare di persona una serie di realtà, dai locali pubblici “segregati” alle manifestazioni per i diritti civili. Decisamente geniale è poi la trovata di mettere a disposizione una cabina che ricorda quelle per le autofotografie che si trovano nei mezzanini delle nostre metropolitane. Lì si entra, si chiude la tendina e si accendono una telecamera con microfono, che registrano la storia che il visitatore intende raccontare. Il museo poi valuterà il contenuto e se ritiene utilizzerà quel materiale, arricchendo così sempre più il proprio materiale.

Bene. Cosa si potrebbe fare qui da noi per far conoscere, a noi stessi innanzitutto, chi davvero siamo e cosa stiamo diventando? Non varrebbe la pena lavorare per una politica sociale di inclusione che miri a  riconoscere la dignità dei lavoratori che arrivano nel nostro Paese? Siamo interessati a conoscere le loro storie?  Se lo si fa in uno stato del sud degli Usa che ha conosciuto tempi bui di razzismo militante, perché non lo si fa nella nostra Lombardia?  Giriamo queste domande a governo e  consiglieri regionali, ma anche a sindaco e consiglieri comunali di Milano.

PS Quando qualcuno chiese ai “cugini” catalani (autonomisti spinti) come impostano loro il “contrasto” alla immigrazione, la risposta fu illuminante: per limitare la criminalità, il governo di Barcellona punta sul ricongiungimento familiare, sulla possibilità di avere una casa e un lavoro. Con quelle condizioni, perché un immigrato dovrebbe essere spinto a (o tentato di) delinquere?

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