Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune

Da Abu Dhabi nella penisola arabica è giunto il messaggio di fratellanza umana di Papa Francesco e del Grande Imam dell’Università sunnita di al-Azhar, del Cairo, Ahmad Muhammad Al-Tayyib. Una visita, quella del Papa, nel cuore dell’universo musulmano, in quella terra ove il cristianesimo è una sparuta minoranza, appena tollerata, se non, come accade in Arabia Saudita, addirittura apertamente vietata e perseguitata. Per queste ragioni la visita ha davvero un carattere storico e non a caso per risalire ad un avvenimento di questa portata, in questi giorni, si è fatto riferimento, andando a ritroso di ben otto secoli, addirittura all’incontro avvenuto a Damietta, in Egitto nel 1219 tra Francesco d’Assisi e il sultano egiziano Malak al Kamil. Non è neppure il caso di sottolineare l’abisso, non solo temporale, che ci separa da quell’epoca lontana. Un tratto comune, tra quel passato remoto e il mondo attuale, resta però quel guardarsi negli occhi, tra cristiani e musulmani, gli uni e gli altri figli della stessa umanità. Ed è proprio questo gesto, semplice e inestimabile, a renderci capaci di abbattere le frontiere che ci separano e dar vita allo spazio comune che ci unisce.

Questo il senso del messaggio che ci parla di fratellanza, pace e bene comune. Un richiamarsi all’uomo, ai suoi bisogni, alle sue aspirazioni per costruire un mondo più vivibile per tutti. E le religioni non possono che trovarsi in prima fila in questa opera che chiede di realizzare ponti e non erigere muri e barriere. E in questa prospettiva il dialogo interreligioso, di cui indimenticabile tappa fu l’incontro di Assisi del 1986 voluto da Giovanni Paolo II, diventa un prezioso arricchimento per meglio apprezzare le reciproche diversità, senza naturalmente confondere le identità di ciascuno. Nelle differenze religiose può essere intravista la mano di Dio, che consente all’uomo quella piena libertà di individuare e scegliere il cammino più confacente. Nessuna religione nasce per opprimere l’uomo, né l’uomo deve uccidere in nome di una religione che mai può mutarsi in strumento di divisione e di odio, al servizio di ideologie di potere e di morte.

Cristianesimo e Islam, due delle tre religioni monoteiste – la terza essendo l’Ebraismo – non possono che camminare fianco a fianco per costruire un mondo di pace, di amore e di convivenza tra gli uomini, partendo dai diritti e dalla libertà della persona, senza alcuna distinzione di sesso, di razza o di religione. Rispetto per i credenti di fedi diverse, condanna di ogni discriminazione, necessità di proteggere tutti i luoghi di culto e il diritto alla libertà religiosa, come pure il riconoscimento dei diritti delle donne. Questo viene affermato nel documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, siglato dal Papa e dal Grande Imam, guardando come insegnava Giovanni XXIII, alle cose che ci uniscono e non a quelle che ci dividono. Autentica impronta di amicizia e di collaborazione tra i popoli che, sempre, deve segnare il cammino dell’uomo, tra le molteplici sfide e difficoltà di ogni tempo.

Non è certo compito del Papa né di un Imam indicare le concrete strade che la società deve seguire per giungere ad un’autentica pienezza umana, ma sicuramente è loro compito illuminare le nostre coscienze, facendo trasparire quella comune umanità e quel destino che ci unisce, perché nulla di ciò che accade in questo nostro mondo può esserci estraneo. E in questa prospettiva possono forse esser meglio collocate le grandi questioni che abbiamo davanti: la pace nel mondo, le grandi migrazioni dei popoli, la tutela delle risorse naturali, la lotta contro la povertà, la difesa della dignità della persona. Questo l’orizzonte al quale guardare, credenti e non credenti, in quanto fratelli della stessa famiglia umana.

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