1994: la fine della Dc e l’inizio della diaspora cattolica

Partiamo dalla fine usando la cruda comunicazione, che è girata sui social in queste settimane di inizio 2019, rinvenibile sul sito di “Civiltà Cattolica” a firma di Michele Simone e datata 6 aprile 2002 dal titolo “L’ultimo congresso del Partito Popolare Italiano” (Quaderno 3643, pag. 60): “Si è svolto a Roma, al Palazzo dei Congressi dell’EUR, dall’8 al 10 marzo scorsil’ultimo Congresso nazionale del PPI. Nella sua relazione di apertura il segretario Pierluigi Castagnetti ha giudicato “giusta, responsabile, obbligata” la proposta di confluire nella Margherita. Durante il dibattito alcuni esponenti popolari avrebbero voluto che, pur confluendo nella Margherita, sopravvivesse un Movimento politico dei Popolari, proposta bocciata da Castagnetti. In particolare hanno sostenuto tale posizione l’ex segretario politico Gerardo Bianco, l’on. Lino Duilio, insieme al sen. Alberto Monticone e altri, e Aldo De Matteo. Il Congresso si è concluso con l’approvazione del documento finale che fa propria la relazione di Castagnetti e con l’istituzione dell’Assemblea dei rappresentanti degli iscritti (58 membri) che gestirà il partito fino al Congresso del 2003 della Margherita. In conclusione si accenna all’assassinio del prof. Marco Biagi”.

L’epitaffio sulla presenza laica cristianamente ispirata radicata nella originale tradizione del popolarismo, nell’idea della democrazia cristiana, è dunque composto dall’ultimo segretario, (una nota: non sembrerebbe che nei deliberata congressuali finali sia stato investito nessuno “a vita” a rappresentare ciò che si è voluto dissolvere), e inciso nella storia, ossia una scelta “giusta, responsabile, obbligata”. A distanza di diciassette anni, nell’anno del centenario dell’Appello di don Luigi Sturzo ai “Liberi e Forti” se ne coglie tutta la scarsa lungimiranza.

Senza ricordare le centinaia di sezioni e i tanti dirigenti locali chiuse e dispersi, col popolarismo che si inabissava come un fiume carsico – perchè non deve essere la nostalgia per le organizzazioni a prevalere bensì quella per una grande cultura di sintesi –, serve non dimenticare per non perdere un percorso da riannodare.

Andiamo con ordine!

Il 18 gennaio 1919 lo storico Federico Chabod sottolinea che avviene “l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo” ossia la nascita del Partito Popolare Italiano, che sarà di fatto chiuso una prima volta dal Fascismo. Negli anni della Resistenza, nata in parte notevole nelle sacrestie delle parrocchie, viene avviata dai cattolici la costruzione di un rinnovato soggetto di ispirazione cristiana che, assumendo l’eredità popolare, prenderà il nome di Democrazia Cristiana. Non si vuole fare un excursus storico, dunque facciamo un balzo in avanti di circa cinquant’anni (durante i quali una straordinaria classe dirigente fatta da uomini e donne pieni di passione hanno ispirato una grande Carta Costituzionale, vero programma di popolo, ricostruito un Paese, facendolo diventare la settima potenza economica del mondo, partecipato alla costruzione del sogno europeo): non va, infatti, dimenticata un’altra data vale a dire il 18 gennaio 1994. E’ in quel giorno che l’ultimo segretario della Democrazia Cristiana, Mino Martinazzoli, imbocca la strada di un “ricominciamento” senza tagliare le radici, di un percorso capace di cogliere i segni dei tempi tentando di non consegnarsi ad essi ma rimanendo fedeli ad una storia e ad una ispirazione. Alle 16,10 a Palazzo Baldassarri, sede dell’Istituto Sturzo a Roma, a 75 anni dall’Appello del grande sacerdote siciliano, Martinazzoli firma per primo l’appello “A quanti hanno passione civile”. E’ la conseguenza dell’Assemblea costituente del 26 luglio 1993 in cui accanto a centinaia di democristiani vengono invitate personalità esterne per imboccare la strada della terza fase della presenza dei cattolici democratici. Il 27 marzo si terranno le elezioni politiche ed il nuovo PPI arriva all’11% presentandosi da solo col Patto Segni all’appuntamento che vede per la prima volta applicato il sistema prevalentemente maggioritario introdotto con la legge elettorale chiamata “mattarellum”. Purtroppo una classe dirigente probabilmente non all’altezza non colse il nuovo inizio martinazzoliano ma innescò un progressivo processo di divisioni e disgregazioni.

Vale la pena nel venticinquennale ricordare il testo del nuovo Appello che si lega profondamente a quello ai “liberi e forti” per comprendere anche il presente: allora, non resistendo, ci fu alla fine l’innesco della diaspora che ha portato i cattolici in politica, attraverso una mal congegnata idea del pluralismo ad andare a prestito di rivoluzioni altrui per giungere ad una sostanziale irrilevanza, condannata alla ricerca del mero male minore, che fa correre oggi il rischio di una triste stagione di “cattolici consulenti”. Alla fine, se ci si pensa, il più grosso risultato raggiunto con l’inizio della così detta “seconda repubblica” è stato proprio questo progressivo processo di estromissione dei cattolici dalla politica, della visione sociale cristiana dal dibattito vista e sopportata al massimo nell’ottica di una personale obiezione di coscienza di singoli individui distribuiti ovunque come tante foglie di fico.

Di fronte a cosa non si seppe resistere?

Al populismo che vede muovere i suoi primi passi sull’onda giacobina delle indagini dell’inchiesta passata alla storia come “Mani pulite” che travolse una intera classe dirigente con la speranza di una parte politica di poterla così sostituire. La storia è andata in un’altra direzione. Partì il processo di personalizzazione, esaltazione del capo e fedeltà ad esso e disarticolazione dall’etica della politica sul fronte destro a cui rispose sul fronte sinistro l’idea di un processo di “americanizzazione” del sistema accettando la camicia di forza del maggioritario che portava a stare o di qua o di là creando tifoserie e cancellando le identità politiche: in questo secondo caso la linea seguita era quella che puntava sul meticciato politico e ad uno stravolgimento dei partiti come strumenti di scelta e formazione di classe dirigente attraverso il loro svilimento come corpi intermedi con strumenti volti alla chiamata diretta della “gente”. Occorre poi aggiungere a tali motivazioni anche un fortissimo processo di delegittimazione della “casta”,che ha significato anche delegittimazione delle istituzioni repubblicane, da parte di un pezzo significativo dell’alta borghesia imprenditoriale che guardandolo oggi è evidentemente scappato di mano.

Intanto nel mondo cattolico questa spaccatura tra tifoserie si è andato insinuandosi non trovando più un argine politico in una cultura radicata in una identità e capace di sintesi come quella popolare e democratico cristiana giungendo a quella frattura tra “cattolici della morale” e “cattolici del sociale” di cui ha fatto cenno il Cardinal Bassetti ponendo il suo superamento quale condizione per avviare un nuovo protagonismo dei cattolici, che significa superare un doppio uso ideologico del Vangelo: si tratta di una frattura di fatto eteroindotta dal sistema, creato a tavolino e caratterizzato da circoli chiusi ed autoreferenziali, che ha visto frantumare la persona in parti teoriche e disincarnate diverse issate come vessilli da usare a mo’ di armi contundenti, la difesa della vita contro la difesa della povera gente.

La linea dei populismo in Italia dunque inizia quando le identità politiche spariscono (ma se non so chi sono come dialogo? Se non condivido una piattaforma ideale con una comunità come costruisco una proposta seria per il paese? Un capo è sufficiente come sintesi?), quando la presenza dei cattolici in politica, caratterizzata da una tradizione originale, viene smantellata e tende anche ad allargarsi all’Europa dove il Ppe perde il suo secondo perno essenziale accanto alla CDU tedesca, ossia la DC italiana (senza considerare la progressiva irrilevanza di uno strumento che oggi sarebbe utilissimo come l’Internazionale Democristiana anch’essa germogliata da un’intuizione sturziana). La sfortuna dell’appello martinazzoliano forse non sta nelle premesse e nelle difficoltà storiche del periodo – la CDU tedesca attraversa una analoga crisi, ma sceglie una strada diversa: salva il partito, lo rinnova, cambia dirigenti, soffre per un lungo periodo all’opposizione e poi torna vincente, in Italia l’impressione è che le preoccupazioni siano state poste troppo sul salvataggio delle posizioni personali – ma nella risposta ad esso che invitava a stringere i denti!

Anche il 18 gennaio 1994 ha perciò tanto da dirci oggi perchè parte della storia dei cattolici in politica e costringe a fare in conti con i troppi errori fatti: questa revisione è necessaria per vivere il centenario dell’appello sturziano non come una mera commemorazione di qualcosa di morto. Di minimo ci invita ad uscire dal velenoso brodo di coltura della “seconda repubblica”, dalla politica liquida, maggioritaria, divisiva, tesa alla disintermediazione e ai tentativi di manomissione della Costituzione, madre del desolante panorama odierno che non appare come l’inzio di una fase nuova bensì come il colpo di coda della vecchia! Serve riprendere l’appello ai liberi e forti per ritrovare la comune passione civile e non renderlo vano togliendolo dalla sua storia, dalla nostra storia, per farlo diventare un appello generale alla buona volontà. Per questo serve Martinazzoli, (come Moro, La Pira, De Gasperi, Fanfani, Donati, Ferrari, Frassati, e tanti altri), per comprendere come riannodare il filo con Sturzo e la storia che il suo appello ha generato. Non è la strada del centrismo o del moderatismo, né dei generici riformismi di ogni marca, né di tentativi elettoralistici buttati su alla meno peggio con la nostalgia del bel tempo che fu, né di agglomerati indistinti del tutti contro altri, bensì dell’amicizia, della mitezza, del riconoscimento dei limiti della politica, da percorrere e organizzare nelle nostre comunità, nel nostro mondo cattolico da riconquistare, ritrovando una storia per il futuro che porterà anche a tornare in forma rinnovata nei luoghi della rappresentanza democratica “nè a destra, né al centro, né a sinistra ma in alto” (cit. Don Primo Mazzolari).

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