Inail: tre morti sul lavoro al giorno. Una strage che va fermata

I dati resi noti dall’Inail sugli infortuni suo lavoro, relativi al 2018, assomigliano a un bollettino di guerra. Sono troppi coloro che subiscono infortuni, malattie o trovano addirittura la morte nello lo svolgimento del loro lavoro. Il 2018 ha visto aumentare le morti bianche del +10,1% rispetto all’anno precedente e gli infortuni sul lavoro denunciati sono oltre seicentomila. L’Inail ha registrato pure un aumento delle malattie di origine professionale denunciate, che sono state 59.585 (+2,5%). Alla fine del secolo scorso in Italia il numero totale degli infortuni denunciati era superiore al milione, con un numero simile al 2018 di casi di morti sul lavoro. Questo confronto, che di primo acchito pare segnare un lieve miglioramento però non deve trarci in inganno, perché si tratta di una diminuzione degli infortuni in valori assoluti e non in proporzione alle ore lavorate. Tale diminuzione appare quindi più in relazione alla contrazione dell’economia, alla riduzione del numero dei lavoratori e dei loro diritti e tutele, piuttosto che ad un aumento dell’efficacia della prevenzione.

Quello degli infortuni sul lavoro e delle morti bianche appare purtroppo un dato costante da anni nonostante l’evoluzione legislativa ed una maggiore mobilitazione sociale dei soggetti più direttamente coinvolti, almeno a livello di denuncia.

Le statistiche relative agli infortuni sul lavoro ci dicono quindi che la situazione nel nostro Paese rimane grave. E gravissimo è il dato sugli infortuni mortali. La media è di tre morti al giorno. Il progresso tecnologico e scientifico, le ragioni del profitto privato e della stabilità dei bilanci pubblici, non possono avere come loro prezzo un tributo così alto di vite umane. C’è da chiedersi quale consapevolezza esista fra i datori di lavoro e fra i lavoratori rispetto a tale fenomeno. L’attenzione dell’opinione pubblica si risolve con qualche scarna notizia sulla stampa, spesso senza commenti di valenza politica, quasi sempre in cronaca locale, senza che questa grave piaga sociale venga mai presentata per quella che è: una grande questione nazionale.

Ma le ragioni della ripresa del fenomeno infortunistico sono innanzitutto ragioni culturali. Manca la cultura della sicurezza e della prevenzione. Stenta a farsi strada l’idea secondo la quale l’infortunio non è il prodotto del destino avverso, o della fatalità , ma è un fatto lesivo dell’integrità della persona determinato da cause oggettive, dovute ad anomalie dell’ambiente ove si lavora, dei macchinari, delle attrezzature, e da cause soggettive dovute al comportamento sbagliato del lavoratore e del datore di lavoro. Lavorare in sicurezza significa quindi ridurre al minimo possibile il rischio, cioè ridurre la probabilità che l’evento dannoso accada, facendo in modo che da un lato l’ambiente, le macchine, le attrezzature siano messe a disposizione dei lavoratori secondo le norme, e dall’altro il lavoratore sia adeguatamente informato e formato affinché si sappia comportare correttamente in ogni circostanza. Questo approccio organico si chiama semplicemente prevenzione. Ebbene nella nostra cultura esasperatamente produttivistica la prevenzione continua ad essere considerata un costo da evitare. Nonostante tutto permane una visione gretta ed imprevidente dove il datore di lavoro cerca di risparmiare sulla prevenzione e sulla sicurezza, sperando così di reggere meglio la gara competitiva, sempre più esasperata, indotta anche dai processi di globalizzazione dei mercati, da trattati internazionali che considerano la competizione un fine da perseguire al posto dello sviluppo integrale dei popoli, da politiche di bilancio che non hanno più la persona al centro ma la stabilità monetaria.

Quando importiamo prodotti asiatici a basso costo senza pretendere una certificazione del rispetto della sicurezza sul lavoro, e senza la minaccia di dazi se mancano i minimi requisiti di umanità sulla filiera produttiva, ci facciamo anche un po’ complici delle tantissime morti bianche che avvengono in tutto il mondo.

Anche tra i lavoratori permangono delle inerzie culturali che spesso risultano fatali, si continua a credere di lavorare meglio, di risparmiare tempo, non applicando le regole, non utilizzando i dispositivi di protezione individuale quando non si considera ad esempio l’utilizzo delle misure di sicurezza una disdicevole dichiarazione di mancanza di coraggio. Fatica ad affermarsi quindi una cultura della sicurezza e della prevenzione. Non esiste la consapevolezza che lavorare in sicurezza sia un modo diverso di lavorare, più razionale e più produttivo e che la competizione si vinca elevando la qualità dei prodotti di cui è fattore determinante il modo di lavorare.

Manca anche una diffusa cultura della legalità. Ciò vale in ogni campo, ma è ancor più evidente quando si tratta di campi nei quali è più difficile il controllo e la verifica dei comportamenti, come nel caso della sicurezza sul lavoro. Il livello di osservanza delle norme è molto basso, particolarmente nelle piccole imprese. Se si tiene conto che la piccola dimensione imprenditoriale occupa oltre il 70% degli occupati ci si rende conto di quale sia il grado di esposizione agli infortuni dei lavoratori italiani. Basterebbe pensare al sistema degli appalti, particolarmente in edilizia, che è luogo del triste primato di infortuni sul lavoro, ove oltre alle carenze che presentano le norme per l’assegnazione delle gare d’appalto, le piccole imprese appaltate, per le loro caratteristiche sono difficilmente controllabili e spesso poco affidabili. Una notevole bacino di incubazione degli infortuni è poi costituito dal lavoro sommerso.

Una indagine svolta su questo tema, dalla Commissione Lavoro della Camera, ha stimato che, il 27% della ricchezza prodotta in Italia è prodotta in nero e che circa 10 milioni di lavoratori vi contribuiscono con le loro prestazioni.

Un ulteriore elemento di diffusione del rischio di infortunio e di morte, è determinato dalla forte flessibilizzazione del mercato del lavoro. Data la elevata mobilità e la conseguente necessità di lavorare in situazioni continuamente diverse, per ridurre le probabilità di infortunio sarebbe necessario un robusto intervento formativo, del quale, le oggettive condizioni di lavoro rendono problematica la sua concreta realizzazione.

Permane anche un complesso di lacune e di ritardi anche sul versante istituzionale. La funzionalità degli organi pubblici di prevenzione, vigilanza e controllo lascia molto a desiderare. Gli Ispettorati del Lavoro sono cronicamente sotto organico in ossequio al totem del contenimento dei costi; l’aziendalizzazione della sanità ha oggettivamente marginalizzato le funzioni di vigilanza e di prevenzione; le Regioni, in molti casi, sono più attente ai problemi di gestione del sistema sanitario che alla prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro.

Molta strada resta ancora da fare, non possiamo però pensare che da sole le leggi risolvano questo grave problema. È necessario un cambio di paradigma: il denaro deve tornare a servire, e non più comandare. Solo così si potrà far fare un salto di qualità al livello di civiltà del nostro Paese e dell’Europa, rimettendo al centro dell’economia la persona umana.

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