1959-2019: 60 anni della rivoluzione cubana

Da poche ore era scoccato il 1959, quando Fidel Castro entrava a L’Avana alla testa dei suoi sostenitori, mentre, quasi contemporaneamente, Fulgencio Batista, il dittatore rovesciato dai castristi lasciava l’isola riparando in Portogallo. Con l’ingresso nella capitale, terminava la lotta di liberazione nazionale iniziata sette anni prima sulle montagne della Sierra Madre. Castro, un giovane avvocato poco più che trentenne, educato dai Gesuiti, diventava il leader indiscusso della rivoluzione cubana, e lo sarebbe stato sino alla morte, avvenuta nel 2016, all’età di 90 anni.

A Cuba, in quel Capodanno del 1959, a vincere non era tanto il marxismo, quello sarebbe venuto dopo, quanto un nazionalismo a vaghe tinte liberali ansioso di abbattere un regime corrotto e troppo compiacente verso gli americani, i famigerati yankees che da quelle parti spadroneggiavano da decenni, riducendo L’Avana in unsorta di casinò a cielo aperto. I primi atti del nuovo governo, dalla riforma agraria alla nazionalizzazione dell’industria della canna da zucchero, allarmarono quasi subito gli Stati Uniti, indifesa dei monopoli privati che sino ad allora avevano imperversato nell’isola caraibica. E così, in pochi mesi, Fidel divennel’antagonista numero uno della superpotenza americana.

Ben dieci presidenti Usa si scontrarono con lui,utilizzando l’arma dell’embargo per ridurre Cuba a più miti consigli. Eppure proprio la durezza statunitense, versione moderna di Golia contro Davide, fece la fortuna del regime castrista: una dittatura sempre più feroce che stroncava qualsiasi minimo dissensoe ogni anelito di libertà, ma che proprio grazie alla miopiaamericana riuscì a giocare a menadito la carta nazionalista. Quella che funziona sempre ad ogni latitudine e in qualsiasi epoca.

Intanto L’Avana inevitabilmente si avvicinò all’universo comunista, allacciando sempre più stretti rapporti conl’Unione Sovietica. Una prossimità all’orbita socialista che perònon si mutò mai, come accadde ai regimi dell’Est europeo, in un supino allineamento verso Mosca. Il comunismo cubano, al sole dei tropici, aveva un sapore diverso dal freddo grigiore che aleggiava a Praga o a Budapest. A Cuba si puntò su una scuola e un sistema sanitario pubblici e di buon livello, specie se paragonati a quelli degli altri Paesi latino-americani e non solo.

E così fu per lunghi decenni attraversati innalzando inmodo originale la bandiera comunista e riuscendo ad avere buone relazioni persino con la Spagna franchista, in nome della fratellanza ispanica. Il vero nemico rimase l’imperialismo yankee, spesso arrogante e protervo, mai efficace nel rovesciare un regime totalitario che, comunque, aveva, ed ha tutt’ora, un suo indubbio consenso popolare, anche perché il blocco economico pare a tutti una colossale ingiustizia.

Sessanta anni dopo, Fidel se ne è andato, e ben prima di lui se erano andati gli altri protagonisti della rivoluzione, da Camilo Cienfuegos ad Ernesto Che Guevara, assurto a mito per milioni di giovani in ogni angolo del pianeta. L’anno scorso anche Raul Castro, fratello di Fidel, che gli era subentrato alla guida delPaese, ha abbandonato la presidenza e al potere è salito Miguel Diaz-Canel, il primo Capo di Stato cubano della nuova generazione, nata dopo la rivoluzione.

Difficile fare previsioni sul futuro di Cuba tra qualche apertura e la perennità di un regime ancora lontano da qualsiasi standard democratico. Il Paese è in mezzo al guado e per uscirne,imboccando la strada della democrazia, servirebbe allentare il blocco che ne strangola l’economia e, in fondo, aiuta chi vuole rimanere ancorato al vecchio passato comunista e totalitario. Molto, se non tutto, dipende dunque dagli Stati Uniti, ma purtroppo le aperture di Barack Obama sono state cancellate da Donald Trump. Per l’America l’embargo rappresenta, per molti versi, una questione di orgoglio: basterebbe poco per cambiare la rotta, ma Washington, almeno per ora, non ne vuol sapere.

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