Non tutte le scissioni vengono per nuocere

Gli anni che finiscono con la cifra “8” possono essere, al contempo,sia un’opportunità che un’angoscia per storici e giornalisti chevogliano ricordare coincidenze ed anniversari. Possiamo partire,tanto per limitarci ad alcuni eventi degli ultimi secoli, dal mitico“quarantotto” (1848), che sconvolse talmente l’ Europa, tantoda entrare nel normale vocabolario come sostantivo indicante unagrande confusione. Vogliamo, poi, rammentare il 1918, celebrandocosì, quest’anno, il centenario della fine di quella che BenedettoXVI definì “l’inutile strage”. Si passa per il 1938, in Italia, anno delle infami e tragiche leggi razziali; il 1948, con la“Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo”, la proclamazione dello Stato di Israele e l’entrata in vigore della Costituzione Italiana. Il “sessantotto” (1968) è di per sé esplicativo e nel 1978 abbiamo l’anno dei tre papi e l’uccisione di Moro e della sua scorta,….

Ci sono, però, altri eventi che meritano di essere ricordati: a Torino esiste una grande piazza tardo ottocentesca, quasi speculare all’immensa piazza Vittorio Veneto, al cui centro si erge il monumento ai “Caduti” nella costruzione del traforo ferroviario del Fréjus, completato nel 1871 (che dovrebbe essere sostituito da quello del TAV, sperando che lo concludano: chissà se Cavour e i suoi successori fecero studi di costi e benefici o avevano, semplicemente, visioni e progetti, come ci si aspetta dai governanti), è intitolata allo “Statuto” (Albertino), la carta costituzionale “concessa” da Carlo Alberto, tanto avanzata ed equilibrata che regolò l’Italia per un secolo e neanche il fascismo osò, formalmente, revocarla. I torinesi, però,intitolarono anche una piccola e storica piazza, situata entro la cerchia delle antiche mura romane, al “ Quattro Marzo”, 1848, giorno esatto della promulgazione dello Statuto Albertino (e non, si badi bene, al 4 marzo 2018, giorno della vittoria elettoralepenta-leghista). Ebbene, in quella piazza, sul muro di una casa, unapiccola lapide, molto subalpina nella sua essenzialità, ricorda illuogo dove nacque Giuseppe Saragat, nel 1898, lo statista che morì aRoma nel 1988 (i suoi anniversari sono stati però poco ricordati).

 Ebbene Saragat, che fu anche presidente della Repubblica, fu l’artefice diuna delle più importanti scissioni della sinistra italiana, quelladel partito socialdemocratico, che si staccò da quello socialista,nel 1947, conosciuta come la svolta di palazzo Barberini, a Roma.Quel taglio, semplificando, fu uno degli elementi che contribuirono alla vittoria della DC e dei suoi alleati, tra cui gli stessi socialdemocratici, nelle elezioni dell’anno successivo, quando presidente della Repubblica era Einaudi, che fu professore all’Istituto Sommeiller, dove studiò anche Saragat (infatti aTorino lo chiamano anche “la scuola dei presidenti”). Tra i protagonisti di quel successo elettorale ci furono anche i “Comitati civici” (quelli autentici), in cui ebbero parte importante moltigiovani cattolici. Tra le molteplici divisioni della politica italiana, la scissione guidata da Saragat fu forse quella che ebbe il maggior successo, perché fu uno degli elementi che concorsero allo sviluppo economico e sociale del secondo dopoguerra, garantendo all’Italia un posto nell’ Occidente democratico (abbastanza). Perscindersi, quindi, bisogna avere buone ragioni, grandi progetti (come Cavour e Saragat), obiettivi importanti, Comitati civici “in originale”, e così via,… non bastano la voglia di rivincita, il protagonismo personale e il desiderio del potere.

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