George H. Bush: l’ultimo grande repubblicano

Non aveva il fascino di John F. Kennedy, né il carisma di Ronald Reagan e neppure la bonomia di un padre della patria come Dwight Eisenhower, eppure è stato un grande presidente: l’ultimo grande presidente repubblicano. Stiamo parlando di George Bush, scomparso nei giorni scorsi a 94 anni e soprannominato “the elder” (il più anziano), per distinguerlo dal figlio George W, anch’egli eletto alla Casa Bianca, dal 2000 al 2008.

Bush padre, in carica per un solo quadriennio, dal 1988 al 1992, è stato l’ultimo epigone della tradizione repubblicana moderata; quella, tanto per capirci, cui appartenevano Nixon e Eisenhower. Una classe dirigente ferma nel confronto con l’Urss e col mondo comunista; legata all’Europa e all’alleanza atlantica nel segno di una comunanza di valori; rispettosa di quanto si muoveva tra i cosiddetti “non allineati”, con la speranza di portarli dalla propria parte o, per lo meno, di non farli cadere nelle braccia del comunismo.

Questo era Bush e questa la sua epoca: quella della Guerra fredda. Una stagione che si chiuse grazie a Michail Gorbaciov, uno dei grandi del XX secolo, assieme a Winston Churchill e a Charles De Gaulle. Bush non era un gigante del genere e lo sapeva benissimo. Era, piuttosto, un politico dotato di notevole pragmatismo, un funzionario che si era fatto le ossa nella Cia, diretta nei primi anni Settanta, un uomo d’apparato il cui vero carisma era quello di non provare ad averne. Eppure, come spesso capita a questo genere di persone, che amano più le retrovie che il palcoscenico, quando fu messo alla prova riuscì benissimo nel suo compito.

Seppe infatti cogliere l’opportunità che Gorbaciov stava offrendo al mondo occidentale: il ritorno alla democrazia nell’Europa comunista, senza l’incubo dei carri armati sovietici a Praga o a Budapest, come era stato sino ad allora. E lo fece senza umiliare l’avversario sconfitto dalla storia. Altri dopo di lui umiliarono la Russia e, non a caso, oggi al Cremlino c’è un certo Putin capace persino di occupare la Crimea.

Il vero capolavoro di Bush fu però la grande coalizione con cui nel 1990 i principali Paesi europei, l’Urss, il mondo arabo e, addirittura, Israele, respinsero l’attacco dell’Iraq all’indipendenza del Kuwait. Quando Saddam Hussein invase quella scatola di sabbia gonfia di petrolio, si pensò ad una nuova Danzica o, meglio, ad una nuova Monaco, con le democrazie occidentali incapaci, come mezzo secolo prima con Adolf Hitler, di reagire contro questo  grave sopruso che metteva a rischio l’intera regione mediorientale.

Piegarsi ed accettare la violazione della sovranità di un Paese membro dell’Onu avrebbe rappresentato un precedente che altri, in futuro, avrebbero potuto sfruttare ed allora Bush divenne l’artefice di una grande alleanza sotto l’egida dell’Onu, riuscendo nell’intento di liberare il Kuwait. Poi, con notevole intelligenza politica, evitò di stravincere, bloccando l’avanzata delle truppe su Baghdad e resistendo alla tentazione di abbattere Saddam. La sua caduta non era nel mandato Onu e Bush padre, a differenza di suo figlio, credeva profondamente nel ruolo delle Nazioni unite come strumento di collaborazione tra i popoli.

Nel 1991 si trovò all’apice della popolarità, come forse solo Franklin D. Roosevelt dopo Pearl Harbor. La sua riconferma alla Casa Bianca sembrava scontata e invece, dopo aver trionfato sulla scena internazionale, scivolò banalmente sulle tasse e gli americani gli diedero il benservito. Oggi resta l’eredità di un presidente convinto che l’America sarebbe stata forte non agendo da sola ma sempre in un quadro multilaterale. Una lungimiranza purtroppo disattesa dai suoi successori.

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