Se Parigi brucia

È presto per dire dove porterà la protesta del gilet gialli che sta mettendo sotto pressione il presidente francese Macron. Si tratta di una forma di partecipazione inedita, all’insegna di una disintermediazione da partiti, sindacati, corpi sociali che va oltre ogni possibile immaginazione. Una protesta in larga misura di popolo che ha dimostrato di poter bloccare la Francia e che si è riversata sugli Champs Élysées in un modo mai visto prima, non tanto per il numero ma per lo spirito che ha animato i manifestanti, un misto di festa, come se si festeggiasse la vittoria di un’altra coppa del mondo, e di orgoglio del popolo verso un potere ritenuto vessatorio e lontano, come se stesse per avvenire un’altra rivoluzione.

Da un lato la piazza contro i palazzi del potere costituisce un cliché che nella quinta repubblica riemerge ogni qualvolta le esigenze di rappresentanza sono soffocate da un sistema istituzionale ingessato e sbilanciato in favore del potere esecutivo. Difetto aggravato da una legge elettorale non più rispondente all’attuale articolazione della politica francese, che consente ad una debole minoranza, pur in modo del tutto legittimo, di eleggere il presidente della repubblica e di ottenere una maggioranza parlamentare.

Da un altro lato però non si può non mettere in relazione le immagini del cuore di Parigi in fiamme, per opera degli stessi francesi, con la deriva verso cui sta andando l’Europa in seguito alla riunificazione tedesca e con la deriva verso cui si sta (stava?) avviando l’Occidente dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Le fiamme degli Champs Élysées sono un’immagine emblematica di dove sta andando l’Europa, da quando è divenuta a trazione tedesca. Da quando i capisaldi della politica economica tedesca sono stati estesi agli altri partners, anziché trovare una sintesi degli interessi comuni a tutti, l’Unione Europea marcia spedita verso la propria disintegrazione: la Grecia, elogiata per aver saputo mettere in ordine i propri conti, è ridotta alla fame e questo significa che è stata trasformata in un’incubatrice di pericolosi estremismi che possono manifestarsi in modo forte e repentino. L’Italia ha mandato al governo chiunque pur di tentare di sostituire una classe politica che gli elettori, a torto o a ragione, ritenevano asservita agli interessi nazionali tedeschi, la cui influenza è stata pagata dalla classe media in termini di impoverimento, di perdita di posti di lavoro, di desertificazione industriale e sociale. Dalla Francia affiorano segnali di un malessere profondo in grado di degenerare in uno stato di rivolta aperta e prolungata della classe media contro il “governo dei ricchi” di Macron. Il Regno Unito pur di scampare al ritorno dell’egemonia tedesca ha gettato il cuore oltre l’ostacolo svincolandosi dall’Ue, pur con tutti i problemi che ne conseguono.

Quanto ancora bisogna attendere che la situazione si deteriori in Europa per trarre da questi fatti qualche conclusione?

La Germania ha dimostrato ancora una volta di non riuscire ad abbinare alla sua forza economica una pari capacità di guida politica. In pochi anni ha trasformato un progetto promettente, quello che si definiva come Comunità europea, in una specie di prigione fatta di regolamenti rigidi e di sanzioni esemplari, mettendo le classi sociali e le nazioni le une contro le altre. Ha imposto agli altri la stabilità finanziaria, senza peraltro praticarla al suo interno, dove ha nascosto molta polvere sotto il tappeto, facendola in tal modo divenire causa di instabilità sociale ed economica. Pensare, come la maggior parte dell’opinione pubblica ritiene, che l’ossequio a tali regole esiziali sia la soluzione, significa marciare a occhi bendati verso la rovina.

Criticare questo stato di cose in favore del ritorno al primato del lavoro e dell’economia reale, della sostenibilità del vivere per tutti, invece, appare il modo migliore per sostenere l’integrazione europea possibile. Con un unico dubbio: che sia ormai troppo tardi visto il punto a cui si è arrivati. Una volta demolita la coesione sociale e fatta balzare a livelli insostenibili la disuguaglianza, assicurata una stagnazione economica inossidabile a ogni stimolo, non è detto che si riesca più a controllare l’insorgere di radicali contraccolpi sociali che possono paralizzare le nazioni in cui avvengono.

Il fuoco per le strade di Parigi forse ci sbatte di fronte e ci anticipa una realtà con la quale un’Europa basata sul primato della moneta sulla persona e sulla democrazia, in sfregio ai suoi padri fondatori, dovrà abituarsi presto a fronteggiare. Una tale emergenza democratica, per di più la si dovrà affrontare all’interno di un Occidente che non ha ancora scelto la sua strategia di fondo, o quantomeno appare diviso al suo interno. Rallentare e regolare la globalizzazione o pretendere di guidarla in modo unilaterale? Trovare un’intesa con le altre potenze nel mondo oppure procedere sulla via di una avventurosa escalation militare, solo ritardata di qualche anno dall’esito imprevisto delle ultime elezioni presidenziali americane? Sono due nodi che stanno per arrivare al pettine della storia. In quel momento un’Europa con i conti a posto ma con le piazze in rivolta e l’economia reale rovinata da anni di austerità, sarà pronta a far valere la sua voce?

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