Manca un popolo

Bernard-Henri Lévy su La Stampa (19 agosto e 1 settembre) ha lanciato due messaggi che sinteticamente possiamo riassumere in “Manca un popolo”. Sembra un paradosso in tempo di populismo? Eppure questo è il rischio o, peggio, la realtà.

Di questo filosofo e pensatore, per certi versi contraddittorio, non conosco il pensiero, né condivido le posizioni politiche (almeno per quanto posso aver capito leggendone carriera e curriculum): ma poiché quando qualcuno sostiene cose giuste e condivisibili – almeno da parte mia –le apprezzo, e ne parlo con le persone con cui regolarmente scambio opinioni.

Cosa sostiene, e cosa mi ha colpito nei due interventi citati?

Il primo di questi articoli tiene conto e parte da quanto avvenuto 5 giorni prima a Genova: un ponte autostradale crollato, provocando morti, sfollati (perché costruito sopra abitazioni), disagi al traffico, ecc. Si elencano tutti i possibili responsabili, dagli anni sessanta in poi (partito del cemento, società concessionaria, fino al solito odierno refugium peccatorum della burocrazia europea): “L’inchiesta [..] svolgerà, bisognerà sperarlo, la parte del fantasma e della verità. Per il momento ci terremo a due osservazioni semplici. [..] L’Europa che può rappresentare a tempo debito il capro espiatorio ideale, ha sbloccato, nel 2014, 2,5 miliardi di euro per la modernizzazione delle infrastrutture del Paese: ha convalidato, lo scorso aprile, un piano di investimenti di 8,5 miliardi per il rinnovo solo delle autostrade e, in particolare, di quelle di Genova; e, lungi dall’aver paralizzato i meccanismi di decisione e i bilanci, ha dato il suo via libera, nel 2017, al Progetto Gronda di Ponente. [..] E poi c’è un movimento politico che proclama da sempre che è contro le grandi opere [..]; c’è un movimento e uno solo, quindi, che si è opposto fino all’ultimo minuto, alla costruzione di questa deviazione autostradale”.

La conclusione è lapidaria: “Possa l’Italia ricordarsene [..] Possiamo, tutti noi, valutare correttamente gli errori di valutazione, possibilmente criminali, ai quali conduce talvolta la demagogia populista”. Affermazione da tenere presente quando si governano Stati o piccole città: la demagogia e l’ideologia possono fare vittime!

E qui ritorna anche la questione della diversità profonda tra <populista> e <popolare>, anche se i due termini e le due <filosofie politiche> si basano sull’importanza del popolo. Solo che una ne cavalca le voglie, gli impulsi anche scomposti, le posizioni giacobine di farsi giustizia immediata e in piazza; mentre l’altra pensa a costruire una comunità, di far partecipare nel rispetto dei tempi e delle regole, di educare al noi e al ragionamento lasciando da parte le reazioni di pancia, di far crescere le relazioni.

Semplificando, si può dire che pur essendo giusto opporsi con limpidezza alla corruzione o alla distruzione dell’ambiente o alla diminuzione delle tutele sociali e lavorative, non si può bloccare sempre e tutto. Altrimenti si uccide il Paese in un modo diverso e sicuro; anziché con possibili crolli, frane, e insalubrità si uccide con disoccupazione, con mancanza di sviluppo, con il venir meno di prospettive, con il blocco totale di ciò che rende un Paese moderno e civile per quanto riguarda servizi, trasporti, e infrastrutture.

A questo punto Lévy mette a segno il suo secondo “gol”, parlando dei rischi che corriamo come europei, come popolo dell’Europa. Nell’Articolo del 1 settembre, dopo aver evidenziato che (sia in Francia che in Italia) ci sarà la ripresa di molte attività dopo le ferie estive, non ci sarà invece una riapertura dell’attività politica (qui parla del sonno e dalla crisi dei Partiti francesi; perché in Italia settembre è la stagione dei convegni politici e del riorganizzarsi delle correnti partitiche); né ci sarà, dice, ripresa di attività sindacale, anche se l’autunno sarà caldo.

Perché queste mancanze? E la cosa vale anche per l’Italia e non solo. Perché “manca qualcosa. Manca un progetto. Un desiderio. Lo spirito di resistenza. Un ricordo. In sostanza, un popolo. Ora il popolo in Italia, come in Francia, è stato grande. Non è più. Come minimo. E si consuma nelle ceneri delle sue passioni inanimate. Chiameremo “ripresa” ciò che si stanno inventando a Roma, i compari della Lega e dei Cinque Stelle? Il loro vero programma non è quello di abbassare le tasse. Né creare un surrogato del reddito universale. Ma, insieme a Putin, di far saltare in aria l’Europa”.

Ecco, ci fosse un popolo, farebbe di tutto, anche i sacrifici necessari, per costruire una comunità più grande che dia futuro. Non vedrebbe sempre e comunque l’Europa come un avversario. Anche se le Istituzioni Europee vanno profondamente riviste; e a volte la scusa dei parametri è stata usata senza una visione politica, per dividerci nel continente e non per favorire il popolo.

Però dobbiamo sapere, a partire dalla Brexit, e dalle posizioni del vecchio alleato statunitense, che a tanti va bene l’implodere dell’Unione che stiamo realizzando con altri popoli del Continente. Lo devono ricordare anche coloro che interpretano il ruolo dell’Europa come semplice rispetto di parametri e regole liberiste.

Come dobbiamo sapere che la Comunità Europea (preferisco il termine “Comunità” più di semplice “Unione”) potrà avere un futuro solo se esisterà un popolo, un cuore che batte per l’unità, una sinfonia che tenga insieme (come in un’orchestra) strumenti diversi, tonalità diverse, tempi diversi. E qualcuno che ci ricordi che l’Europa si è andata costruendo soprattutto per evitare nuove divisioni e nuove guerre fratricide (ce lo ha ancora ricordato il 4 novembre il Presidente Mattarella). Oggi il rischio, oltre ad essere più deboli economicamente e come politica estera, è anche di ritornare ad essere in conflitto fra europei, in caso di ritorno agli Stati Sovrani e alle divisioni di sempre.

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