Torino, scende in campo l’Italia del Sì

E’ scesa finalmente in campo l’Italia del Sì, che guarda avanti verso il proprio futuro e quello dei propri figli, anziché avere nostalgia di un passato da età dell’oro che, in realtà, non è mai esistito. Bloccare le infrastrutture significa bloccare la crescita, tarpare le ali a qualsiasi ripresa economica e a qualsiasi futura occupazione: questo il messaggio lanciato ieri a Torino, con una manifestazione che ha riempito, al di là delle attese, il centro cittadino.

E quasi naturale che quest’Italia che non si rassegna al declino si sia mossa proprio nella città sabauda, ancora una volta laboratorio, luogo privilegiato per una salutare scossa a tutto il Paese. Non è la prima volta che accade. Torino oltre centocinquanta anni fa si trovò, nella magnifica stagione del Risorgimento, alla testa dell’unità nazionale; così come con la Resistenza al nazifascismo, che vide unirsi gente di ideali diversi: comunisti, cattolici, monarchici nel segno, e nel sogno, di un’Italia finalmente libera. E infine negli anni del terrorismo, rosso e nero, che da queste parti colpì duro, con giudici, giornalisti, dirigenti e sindacalisti uccisi da chi sbandierava follie rivoluzionarie e intanto colpiva persone inermi.

Oggi per fortuna le circostanze sono assai meno drammatiche, ma la città è la stessa: fatta di gente spesso silenziosa ma che poi, al momento giusto, sa muoversi e schierarsi. E ieri lo ha fatto, senza inutili clamori, senza bandiere di partito ma con quello spirito unitario che serve all’Italia intera, lanciando un messaggio di fiducia nel futuro. Un futuro che si vuole di lavoro e non di assistenzialismo, di sviluppo e non di decrescita. Un avvenire saldamente ancorato all’Europa, perché quella europea è la sola dimensione oggi possibile se si vuole sopravvivere in un mondo di giganti politici ed economici.

Bello sarebbe che l’esempio di Torino fosse seguito da altre città italiane. L’auspicio è quello, tra qualche tempo, di una grande manifestazione in contemporanea, in tutte le principali piazze d’Italia: a Milano in piazza Duomo, a Genova in piazza De Ferrari, a Bologna in piazza Maggiore, a Trieste in piazza Unità d’Italia e così via, al centro e al sud del Paese. E’ certo infatti che aleggia un senso di sfiducia un po’ ovunque nella penisola e, in fondo, anche l’esagerato timore verso l’immigrazione è la spia più evidente di questo malessere. Bisognerebbe preoccuparsi di una vera integrazione che – quella sì – darebbe sicurezza a tutti, anziché far soltanto leva sulle paure della gente.

La paura è, del resto, la cifra anche di chi vorrebbe fermare tutte le grandi opere, ovunque siano, in un ripiegamento che non pare cogliere il nesso, da sempre esistente, tra efficienti infrastrutture ed opportunità di sviluppo. Perché lo sviluppo, ovviamente rispettoso dell’ambiente e del territorio, è la sola, ed unica, chiave per invertire quel declino economico, sociale, e persino demografico, che da tempo attanaglia il nostro Paese.

Il guaio è che non abbiamo solo a che fare con i pasdaran della “decrescita felice” ma anche con forze imprenditoriali che, ad esempio, si oppongono addirittura alla  legge per limitare il consumo del suolo.  Due diversi estremismi, esattamente speculari nella totale noncuranza verso qualsiasi disegno collettivo di sviluppo sostenibile.

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