Stati Uniti: elezioni di medio termine 2018

La Camera dei rappresentanti passa ai democratici, il Senato resta in mano repubblicana: questo il verdetto delle elezioni americane di medio termine, ultima tappa verso le presidenziali del 2020. Da questo momento in poi ci si prepara per la conquista della Casa Bianca, con il presidente Donald Trump che cercherà la rielezione e i democratici che cercheranno la rivincita. Difficile dire però se il partito dell’Asinello, come sono soprannominati i “dem”, abbia realmente metabolizzato la sconfitta, incredibile ed inattesa, delle ultime presidenziali con Hillary Clinton favoritissima della vigilia e poi battuta da un outsider inviso a buona parte del suo stesso schieramento.

Per i democratici diviene adesso decisivo trovare un buon candidato in grado di competere col presidente in carica. Allo stato attuale nessuno pare in condizioni di riempire questo ruolo e l’anno prossimo, libero da scadenze elettorali, servirà, per l’appunto, per individuare l’uomo o la donna giusta. Per intanto si festeggia la conquista della maggioranza in uno dei due rami del Congresso e da questo momento Trump può essere considerato un’”anatra zoppa”, cioè un presidente dai poteri limitati, che per far passare le leggi che gli interessano dovrà scendere a patti con il partito avversario. Una coabitazione che in realtà è abbastanza frequente nella vita politica statunitense.

Due presidenti repubblicani come Dwight Eisenhower e Ronald Reagan, entrambi alla Casa Bianca per due mandati, hanno convissuto tranquillamente con un Congresso democratico. Va detto che Ike, l’indimenticato comandante dello sbarco in Normandia, era un moderato e dunque non ebbe alcuna difficoltà ad intendersi con la maggioranza democratica. Reagan aveva fama di essere un falco ma, in virtù forse del suo passato di attore, era talmente dotato di charme e di capacità persuasiva che non ebbe alcun problema. Anzi, per certi versi furono i democratici a trovarsi a rimorchio delle sue iniziative.

Vedremo quindi cosa combinerà Trump, sinora più uomo di rottura che di dialogo. Sappiamo però bene che il tycoon, come tutti gli uomini d’affari, è anche dotato di un certo pragmatismo, per cui è possibile che con la nuova maggioranza della Camera sortisca un rapporto più collaborativo del previsto. E’ comunque indubbio che Trump abbia perso, seppur di misura, questa tornata elettorale e, d’altronde, va ricordato che, in quanto a voti popolari aveva perso anche la sfida contro Hillary, divenendo presidente solo in virtù del voto dei grandi elettori.

In ogni modo, visto che gli occhi sono ormai puntati sul 2020 potrebbe succedere che i due partiti accentuino le loro differenze per marcare, per così dire, il proprio territorio di riferimento. A vantaggio dei repubblicani c’è un’economia che veleggia con un tasso di crescita del 3 per cento annuo: in Europa, almeno per ora, soltanto un sogno. C’è poi la questione immigrazione su cui la Casa Bianca sta insistendo al là di ogni ragionevolezza e di certo lo spiegamento militare verso il confine messicano, neanche ci fosse di mezzo una guerra, fornisce più l’idea di debolezza che di forza.

Trump è imprevedibile e magari sarà tentato di rendere ancor più evidenti i tratti di quella rivoluzione conservatrice, tra valori tradizionali e protezionismo economico, che lo ha condotto alla presidenza. E non dimentichiamo che aleggia sempre nell’aria il Russiagate, i cui risvolti sono quanto meno imprevedibili.

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