Europee, no al fronte. Si’ alla pluralità.

Diceva Carlo Donat-Cattin, quando c’era ancora la Dc e la prima repubblica, che i “cattolici in politica sono nati con la proporzionale e rischiano di scomparire senza la proporzionale”. Una riflessone figlia di un altro contesto storico e politico ma che riflette un principio che conserva una bruciante attualità e che resta largamente condivisibile anche nella società contemporanea.

Intendiamoci: nessuno progetta il futuro con lo sguardo rivolto all’indietro ma è indubbio che senza un rinnovato protagonismo politico, culturale, sociale e programmatico il destino dei cattolici democratici e popolari è consegnato semplicemente all’irrilevanza o all’insignificanza pubblica. Ora, tutti sappiamo – e il ricco dibattito di queste settimane lo conferma ampiamente – che il tema della presenza politica dei cattolici, oggi, non può più essere rinviato o, peggio ancora, essere rubricato ad un argomento di mera riflessione culturale o di semplice divagazione accademica. O ad un confronto dottrinale e teologico. No, nell’attuale contesto storico italiano e dopo il voto del 4 marzo, una rinnovata ed efficace presenza politica dei cattolici quasi si impone. Nessuna deriva clericale o confessionale ma l’assenza dall’agone politico concreto rischia di trasformarsi in una

complicità, seppur inconsapevole, della situazione di degrado politico, civile e culturale a cui assistiamo quotidianamente. Del resto, di fronte alla scomparsa dei partiti plurali da un lato – nel caso specifico del Partito democratico e di Forza Italia – e al ritorno delle identità politiche dall’altro, seppur diverse e meno pesanti rispetto al passato, non è semplicemente concepibile che la tradizione ricca e feconda del cattolicesimo politico italiano sia inspiegabilmente consegnata agli archivi storici. E la controprova arriva proprio dal fermento che attraversa l’intera area cattolica italiana, con accenti diversi e molto articolati, ma con la consapevolezza che senza una rinnovata presenza politica di quest’area culturale è la stessa democrazia ad uscirne ridimensionata ed impoverita.

Ecco perché, per ritornare alla riflessione iniziale di Donat-Cattin, che poi era la cifra essenziale e decisiva del magistero politico e civile sturziano, la prossima competizione elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo è una ghiotta ed irripetibile occasione per misurare concretamente l’attualità e il radicamento del cattolicesimo democratico, sociale e popolare nel nostro paese. E questo non solo, come ovvio, per partecipare ad una tecnica ed arida operazione elettoralistica ma anche, e soprattutto, perché sul ruolo, la concezione e il profilo dell’Europa si gioca anche il destino politico, economico e sociale dei singoli stati. A partire anche e soprattutto dall’Italia, dopo la profonda svolta politica impressa dal voto del 4 marzo. Se è vero, com’è vero, che l’Europa è nata grazie al contributo fondamentale del pensiero cristiano democratico e popolare, tocca anche a questa cultura, oggi, ridare credibilità ed autorevolezza ad una Europa che negli ultimi anni si è caratterizzata sempre più come un fortilizio elitario, tecnocratico, burocratico ed economicistico.

Insomma, una “Europa dei potenti” a cui si contrappone, strumentalmente o meno poco importa, chi punta a trasformarla in una “Europa dei popoli”. E proprio la cultura cattolico popolare e democratica deve adesso battere un colpo. Soprattutto in una competizione elettorale disciplinata da una legge rigorosamente proporzionale. Altroché riproporre i “fronti popolari”, le ammucchiate elettorali o i “listoni” indistinti, grigi e senza alcuna caratterizzazione politica. Oltretutto i fronti popolari e i listoni, oltre ad essere conosciuti storicamente – soprattutto in Italia – per la loro disavventura politica ed elettorale, hanno solo il merito di compattare gli avversari e di esaltare la loro proposta e il loro progetto. Un modello da respingere al mittente senza perdere neanche un minuto.

Va superata, dunque, la frammentazione particolaristica e insignificante dei vari gruppi ed associazioni cattoliche democratiche e popolari e, soprattutto, va raccolto sino in fondo il messaggio del cardinal Bassetti per rilanciare, con coerenza, passione e coraggio la tradizione del popolarismo di matrice sturziana che conserva, anche oggi, una forte attualità. E il centenario dell’appello ai “liberi e ai forti” di Luigi Sturzo lanciato nel gennaio 1919 può e deve coincidere con la riproposizione di questo patrimonio di idee, di valori e di azione politica e programmatica in vista delle prossime elezioni europee. Non per il bene dei cattolici, ma per il bene della democrazia italiana e della stessa Unione europea. Lo dobbiamo ai nostri maestri e a tutti coloro che oggi, giustamente, invocano il rilancio di una cultura politica che in questi ultimi anni si è pericolosamente ed irresponsabilmente eclissata.

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