Mutamento culturale o mutamento climatico

Passata l’ondata di maltempo, comincia la conta dei danni. E dei morti. Oltre una decina di vittime, disastri sparsi in tutta la penisola, la Liguria devastata, con scene che eravamo abituati a vedere in occasione degli uragani atlantici, o degli tsunami oceanici. E la Basilica di San Marco, a Venezia, allagata da uno dei peggiori fenomeni di “acqua alta” di tutti i tempi. Con buona pace del MOSE, la faraonica diga che avrebbe dovuto salvare la laguna veneziana dalle piene, rivelatasi l’ennesimo sperpero di denaro pubblico, incompiuta da vent’anni, ma già inutile e obsoleta prima ancora di essere terminata. Miliardi di soldi dei contribuenti buttati via con l’unico risultato di arricchire i soliti noti e gonfiare le cifre della corruzione, come hanno rivelato le inchieste giudiziarie. Fondi che avrebbero potuto essere meglio spesi per altri tipi di intervento, meno onerosi, più efficaci e rapidi da realizzare. Eppure, passata la tempesta, si ritorna a proporre le stesse ricette che l’hanno provocata, con una ottusità e una miopia incredibili, devastanti.

Ovunque, le testimonianze parlano di fenomeni “mai visti prima”, a memoria d’uomo non si ricordano eventi simili. Cos’altro serve ancora per far capire a tutti, cittadini e decisori politici, che i mutamenti climatici sono già in corso, una realtà tangibile in grado di uccidere persone e provocare milioni di danni? Cosa serve ancora per far capire a tutti che questo è “IL” problema, molto di più dell’immigrazione, della flat tax o dello spread? E cosa serve ancora per far capire a tutti che la causa pressoché esclusiva di questo disastro sono le attività umane, improntate a un modello di sviluppo insostenibile e autodistruttivo?

Certo, sono interrogativi scomodi da porre, specie quando le questioni sembrano altre, dalla mancanza di lavoro ai redditi bassi, dai movimenti migratori alle diatribe economiche con l’UE. Tuttavia, il messaggio di Madre Natura è chiaro: possiamo essere spazzati via come nulla, una delle tante specie che popolano un Pianeta che per quattro miliardi e mezzo di anni ha fatto a meno di noi, e potrà fare a meno di noi anche in futuro, se ci auto-condanneremo all’estinzione. Cosa che peraltro stiamo facendo, insistendo nel portare avanti un sistema produttivo, distributivo ed economico che, evidentemente, non può più reggere, perché sta scompensando il pianeta, rendendolo alla lunga – ma neanche troppo alla lunga – invivibile per la nostra specie.

I dati forniti poche settimane fa dall’IPCC, l’Integovernmental Panel on Climate Change, emanazione dell’ONU che si occupa dei mutamenti climatici, parlano chiaro: o cambiamo alla svelta – molto alla svelta – il nostro paradigma di sviluppo, oppure le catastrofi ambientali che abbiamo già sperimentato in questi anni saranno nulla in confronto a ciò che ci aspetta. Non è un discorso pessimistico o disfattista, non sono profezie in stile apocalittico, sono previsioni scientifiche basate su dati certi e tendenze consolidate.

La possibilità di invertire la rotta c’è ancora, ma i margini si riducono sempre più e dannatamente in fretta. L’accordo sul clima di Parigi, siglato nel dicembre 2015, meno di tre anni fa, che prevedeva il contenimento del riscaldamento globale entro fine secolo “ben sotto i 2° centigradi” e che già all’epoca pareva debole e insufficiente, oggi è già superato in entrambi i sensi: da un lato, perché è chiaro che l’aumento dovrebbe essere più contenuto, massimo 1,5° C., dall’altro perché, con la tendenza attuale, l’aumento sarà di almeno 3° centigradi. Anche grazie al presidente USA Trump che, in ossequio ai desideri di petrolieri e “carbonari”, ha deciso di recedere dall’accordo. E le conseguenze climatiche di un simile riscaldamento globale saranno, evidentemente, devastanti. Sia in termini di eventi estremi, come quelli che hanno flagellato in questi giorni l’Italia, sia per quanto riguarda le mutazioni di lungo periodo, dallo scioglimento dei ghiacciai alpini e polari all’espansione delle fasce desertiche, dall’innalzamento dei mari alla estremizzazione del ciclo delle acque, con siccità prolungate interrotte da piogge torrenziali.

L’unica soluzione, per evitare di trovarci in un mondo invivibile – non tra un secolo, ma fra pochi anni, in alcune zone già oggi – è dunque invertire radicalmente il nostro modello di sviluppo. Invece, negli stessi giorni dei disastri ambientali, abbiamo assistito a numerosi esempi di difesa, miope e tenace, del modello attuale, con una totale incapacità di comprendere che si tratta delle due facce della stessa medaglia e con la precisa volontà di proseguire in questa direzione, perché appare l’unica in grado di garantire profitti e (forse) posti di lavoro. Si continua, sostanzialmente, a puntare su cemento e fonti fossili, cioè su quello che sta alla base del disastro attuale.

Sappiamo di fare un discorso impopolare, che sarà inviso ai “poteri forti”, alle cosiddette “categorie produttive” e anche alla stragrande maggioranza dei cittadini, ma vogliamo farlo lo stesso. Non per la inutile e tardiva soddisfazione di dire “ve l’avevamo detto”, nemmeno con la vana speranza di scuotere le coscienze e ottenere quel cambiamento tanto necessario quanto osteggiato. Semplicemente, per provare almeno a instillare qualche dubbio nelle granitiche convinzioni attuali e indicare soluzioni alternative, praticabili già oggi, che consentirebbero di invertire la rotta o perlomeno di rallentare la corsa verso il baratro.

Negli stessi giorni in cui stava per arrivare l’ondata di maltempo, il Governo ha compiuto l’ennesima giravolta, dando via libera al TAP, il gasdotto destinato a trasportare milioni di metri cubi di metano dall’Oriente, in barba alle promesse elettorali e alle proteste dei residenti. Ancora una volta, si punta sulle fonti fossili, invece di sterzare decisamente verso le rinnovabili. E ancora una volta si aumenta la dipendenza da fornitori esterni, invece di cercare l’autosufficienza, come prova a fare qualcuno con le “comunità energetiche”, il cui primo esempio in Italia sta prendendo forma in Piemonte, nel pinerolese.

Quello stesso Piemonte che, d’altro canto, ha visto la scomposta reazione delle cosiddette “categorie produttive” e di larga parte delle formazioni politiche, schierate nella difesa a oltranza del TAV, opera inutile e dispendiosa che da anni viene vista più come un mezzo per canalizzare flussi di denaro verso la regione, più che come reale vettore di uno sviluppo che invece avrebbe ben altre possibilità. A partire dalla tutela di quelle eccellenze territoriali che hanno convinto Lonely Planet, il più famoso editore di guide turistiche del mondo, a indicare proprio il Piemonte come prima meta turistica in assoluto, senza curarsi minimamente del fatto che non ci sia ancora il famigerato TAV, evidentemente ininfluente sul giudizio.

Il TAV resta dunque uno spartiacque fra una concezione obsoleta di economia globalizzata basata su un sistema di scambi commerciali forsennati ed energivori, contrapposto a un recupero di produzioni tipiche locali che, senza puntare all’autarchia, valorizzino peculiarità ed eccellenze dei territori e ne implementino l’indipendenza economica rispetto alla finanza globale. Mentre il TAP è la linea di demarcazione fra un futuro rinnovabile a zero emissioni e un’economia fossile che aumenta l’effetto serra e i cambiamenti climatici, con relative conseguenze. E il MOSE è la dimostrazione pratica che le soluzioni faraoniche e costosissime sono inefficaci nel dare risposte a problematiche ed emergenze che andrebbero affrontate in modo pragmatico, con interventi mirati, di facile e rapida realizzazione e, soprattutto, infinitamente meno costosi.

 

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