Populismo e radicalismo: due problemi per la democrazia

Populismo e radicalismo sono oggi protagonisti della vita politica italiana, in qualche modo l’uno reazione all’altro: come è stato possibile un simile sconvolgimento della nostra democrazia e, contemporaneamente, del progetto europeo?

Sul radicalismo è possibile comprendere la sua evoluzione di massa, o quanto meno oltre quelli che sono stati i tradizionali confini “pannelliani”, riprendendo un passaggio di un articolo di Davide Rondoni apparso su “Avvenire” nel 2012 in cui fa riferimento a Pier Paolo Pasolini: “Il suo pensiero fu tragico anche perché sapeva che alla omologazione e alla astrazione che aveva visto avanzare avrebbe contribuito proprio la parte politica e culturale a cui sentiva di appartenere. Il suo intervento mai pronunciato al congresso radicale, il giorno dopo la sua morte, diceva: «Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo e i suoi chierici saranno chierici di sinistra». Una profezia lucidissima, azzeccata. In questa epoca di “totalitarismo” dei valori libertari, cosa griderebbe lui che considerò la vittoria del referendum sul divorzio una conquista borghese e non del popolo, e si schierò contro l’aborto”.Il totalitarismo così ben delineato dalla Arent (il disprezzo di partenza per quel che si ha, la trasformazione da popolo in massa di isolati, la disinformazione che si fa gioco della libertà, l’incapacità a valle di credere in qualsiasi cosa) torna perché radicalismo e populismo, alla fine, ruotano intorno ad esso attentando alla verità ed alla libertà: pensiamo solo al politically correct che va ad assumere il ruolo dell’inquisizione del pensiero pasoliano! Si tratta in entrambi i casi di una narrazione sovversiva della realtà che cerca di piegare istituzioni e leggi a desideri presunti civili da una parte e istinti presunti democratici dall’altra e che richiama allora i cattolici a quella sfida individuata, all’indomani del referendum sul divorzio, da Moro che vede giunto il tempo di “difendere i principi e i valori cristiani al di fuori delle istituzioni e delle leggi e cioè nel vivo e aperto tessuto della nostra vita sociale” (A. Moro, 19 luglio 1974) ossia nella comunità, in campo aperto, nelle periferie, in mezzo al popolo. La sfida, è prima umana e quindi relazionale – e così profondamente politica – e poi legislativa in quanto ancorata alla realtà dell’uomo che ogni cristiano sa essere gloria di Dio riprendendo la celebre espressione di S. Ireneo di Lione “Gloria Dei vivens homo, vita autem hominis visio Dei” (Adversus haereses, IV, 20,7), “la gloria di Dio è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è visione di Dio” garantendo così di essere immuni da ogni processo di astrazione ed omologazione dell’uomo.

E’ una immunità utile per non essere conformati, (e poter mantenere viva la visione costituzionale non ridotta ad un simulacro) bensì interpellati per le sue conseguenze, a quella che molti analisti definiscono l’epoca della “post-verità” inserita come neologismo (post-truth) da Oxford Dictionaries e definito come un aggettivo che “fa riferimento o indica circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza nella formazione dell’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali”.

Non è forse la messa in crisi di verità e libertà? Non è l’ambiente di coltura del populismo? Il popolo ha l’illusione di essere rimesso al centro riguadagnando, anche attraverso una sorta di riconquista, lo Stato per mezzo della disintermediazione sociale e di un rapporto diretto con i leader di turno. Si tratta di illusioni per due motivi: “… il risultato di una coerente e totale sostituzione di menzogne alla verità di fatto non è che ora le menzogne saranno accettate come verità e che la verità sarà denigrata facendone una menzogna, ma che il senso grazie al quale ci orientiamo nel mondo – e la categoria di verità versus falsità è tra i mezzi mentali a tal fine – viene distrutto” (H. Arent, Verità e politica, in New Yorker, 25 febbraio 1967) e per quanto riguarda lo Stato si corre il rischio di vederlo di nuovo assolutizzato e non più armoniosa composizione di aspirazioni di singoli ed aggregati sociali minori dei quali si compone e senza i quali non sarebbe (cfr. A. Moro). Certo una parte rilevante della dirigenza proveniente dalla vecchia Dc e dai movimenti cattolici che, nella sedicente seconda repubblica si sono sfarinati e sono andati al traino delle altrui rivoluzioni rinunciando a identità ed autonomia, hanno partecipato ad una simile deriva attraverso tatticismi, confusioni, silenzi, mere aspirazioni personali: oggi urge che si ricredano e per alcuni che si mettano accanto ai giovani per ripartire e tornare “liberi e forti” perché bisogna riprendere il filo di una visione sociale originale e diversa.

I cattolici sono chiamati a non continuare a soccombere spinti nell’alveo di una politica schiacciata, impreparata, frettolosa, di scarsa prospettiva, attratta dal desiderio di rimanere nel passato, persino vendicativa: “le grandi forze cosmiche che noi abbiamo scoperte, questa civiltà economica e materiale che noi abbiamo formato, il concatenarsi inestricabile dei problemi nazionali con quelli internazionali, fanno correre al nostro concetto del potere un pericolo terribile: ci sentiamo lo zimbello di forze più grandi di noi, noi parliamo di «forze economiche», di «necessità storiche», e, in mezzo a tutto questo, lo slancio umano s’infiacchisce. Come non soccombere, di fronte a un avvenire così cupo, alla tentazione di evadere verso il passato? Come impedire agli uomini di sognare con nostalgia le soluzioni antiche dei «buoni tempi andati», se non facendo appello a tutte le risorse del Cristianesimo per il quale l’età d’oro non è mai nel passato, ma nell’avvenire? Noi non abbiamo il diritto di disperare dell’uomo, né dell’uomo individuale, né dell’uomo collettivo; non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio è al lavoro non solamente nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli. Solo il Cristianesimo può, mobilitandoci tutti per le conquiste avvenire, impedire che noi siamo presi da una impazienza brutale di fronte alla lentezza dell’uomo. Senza la pazienza misericordiosa del Cristianesimo, l’uomo non sa dominarsi ed i più idealisti dei rivoluzionari sono stati i più sanguinari. La pazienza, ecco un rimprovero che sovente ci rivolgono nel nostro lavoro politico, come se la pazienza significasse mancanza di volontà, energia compressa tenuta in riserva, come se la pazienza non fosse la virtù più necessaria al metodo democratico, sia nella vita interna delle nazioni che nella vita internazionale. In due settori soprattutto, la democrazia è chiamata ad esercitare questa virtù: innanzitutto in quello della giustizia sociale. È nostro dovere risolvere i grandi problemi di una ripartizione più giusta e di una circolazione più equa dei beni messi a nostra disposizione dal progresso. Queste riforme sono pressanti. Esse si impongono. D’altra parte, non potremo realizzarle — la cosa è ormai evidente —se non facendo la sintesi della storia di un secolo. Questa sintesi potrebbe esprimersi in poche parole: libertà politica e giustizia sociale. Impossibile uscire da questi binari senza far deragliare il convoglio” (A. De Gasperi, Discorso alla Conferenza di Bruxelles sulle basi della democrazia, 20 novembre 1948).

Va ripreso il filo della storia i cui strappi hanno prodotto la politica di oggi e, di fatto, messo in ombra un paziente metodo democratico di sintesi che rischia di essere una messa in crisi della democrazia stessa. Riprendere il filo significa fare memoria di ciò che ha fatto da nutrice del populismo di diversa matrice, dalla personalizzazione e dal leaderismo estremo che ha comportato la liquefazione dei partiti e la sostituzione della classe dirigente con i fedeli del capo, all’idea malata della contaminazione politica che ha cancellato le identità, e quindi le visioni sociali lasciando come collante il solo potere trasformato da mezzo a fine, cercando di costruire un bipolarismo imposto, alla denigrazione della storia repubblicana, confondendola furbescamente con delle responsabilità personali, per giustificare un nuovismo di maniera che ha distrutto quel comune sentimento che fa della Repubblica il luogo eccellente di esercizio della cittadinanza, garanzia di libertà. Non si può poi tacere la nefasta operazione di matrice alto borghese condotta attraverso articoli sui quotidiani e libri di attacco alla così detta “casta” con l’illusione di una sostituzione che è scappata di mano: la narrativa antipolitica è diventata antisistema e anti-istituzioni con le conseguenze sotto gli occhi di tutti.

Serve la virtù della pazienza impastata da quella dell’amicizia per riuscire ad invertire la rotta mantenendo ferma la fedeltà alla Costituzione: un segnale indicativo di un approccio polulista è rintracciabile nella costante proposizione di riforme della Costituzione, di stravolgimento del programma del popolo sostituito da presunti interpreti delle pance!

Tale fedeltà richiama anche i cattolici a tornare al sogno dell’Europa dei popoli, dell’Europa solidale, dell’Europa democratica di De Gasperi, Schumann e Adenauer sviluppato da Aldo Moro che ha parlato di vocazione europea connaturale al popolo italiano e che ha permesso l’elezione a suffragio universale del Parlamento Europeo, un sogno distinto e per molti versi distante all’impianto ideologico del tanto citato Manifesto di Ventotene che, nella sua spinta progressista apre le porte al liberismo economico che, tracimando, ha condotto alla tecnocrazia e alla reazione populista.

Serve rispondere a tutto questo soffermandosi su una distinzione tra progressisti e conservatori cattolici riprendendo lo schema destra/sinistra non riconoscendo che è messo in crisi dallo stesso trasversalismo sia del radicalismo sia del populismo? Serve ancora riaggiornare e fomentare questa distinzione che si è andata a posizionare sulla frattura tra “cattolici del sociale” e “cattolici della morale” inquadrando i cattolici in uno schema vecchio, ideologico e, obbiettivamente, fallito e così velenoso da infilarsi nelle nostre stesse comunità ecclesiali prive di una linea avanzata di impegno e difesa innanzitutto culturale?

Può servire un programma d’azione per recuperare protagonismo? Certo ma, per riprendere un pensiero sturziano, serve passare dall’idea al fatto, al programma, ma per arrivarci urge lavorare sull’idea, su luoghi di confronto e elaborazione (anche di sana disputa), sul ritorno ad una Dottrina Sociale della Chiesa che esca dai ristretti cenacoli di studio e riprenda la sua dimensione popolare che un certo processo elitario ha cancellato con la creazione della cosiddetta prepolitica incapace di passare all’azione, anzi allergica ad essa. Ecco come si può innestare una Amicizia Cattolica o meglio, per stare ancora più larghi, Cristiana, urge accompagnare un processo di ritrovo e risanamento della frattura non costretto in un preventivo schema organizzativo rigido ma aperto, intergenerazionale, autonomo, capace di creatività e coraggio nel cammino e nell’uso consapevole degli strumenti democratici.

L’Amicizia Cristiana è virtù che si fa processo che diventa compagnia pellegrina che permette ai cattolici di tornare nelle comunità, nel dibattito politico italiano ed europeo, portatrice di quella idea di democrazia integrale vero antidoto a radicalismo e populismo, che può ridare senso alla citazione oggi vuota dei “liberi e forti” di sturziana memoria.

Cosa può contrastare una simile messa in movimento? Essenzialmente due cose: non riconoscere la crisi di pensiero attuale, evidenziata da Papa Francesco, che si fa crisi antropologica e quindi politica, non riguadagnando fiducia nella cultura popolare e democratico cristiana rimanendo incastrati nel passato (e nell’illusione organizzativistica) e la schizofrenia di troppe iniziative targate “cattoliche” di spezzoni di classe dirigente in via di (eterno, furbo, autoreferenziale) ricollocamento.

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