Aperture domenicali? No grazie!

Ci voleva il governo giallo-verde per porre finalmente in discussione il dogma delle aperture domenicali indiscriminate. Una deregulation in nome di un consumismo pervasivo, assunto come unico riferimento del nostro vivere, in cui, parafrasando Cartesio si potrebbe quasi dire: “consumo, dunque sono”. E non pare avere alcuna importanza se milioni di persone, costrette a lavorare di domenica o nei festivi, pagano un prezzo altissimo, risultando loro impossibile una normale vita familiare nella quale stare tutti insieme, nella condivisione della giornata di riposo. Qualcosa – come spesso ha sottolineato la Chiesa, unico argine in questo conformismo mercantile – che rischia di mandare a brandelli la nostra socialità e, forse, nel suo complesso la stessa società nella quale viviamo.

Per questo va posto un freno. Anche perché i tanto decantati vantaggi economici immaginati dai cantori della liberalizzazione ad oltranza non hanno avuto riscontri né sul Pil, rimasto per lo più invariato, né sull’occupazione, dove sono prevalsi i contratti usa e getta, e scontando, oltretutto, la perdita di posti di lavoro nel piccolo commercio, costretto a chiudere di fronte alla concorrenza degli ipermercati.

Adesso però qualcosa potrebbe cambiare, grazie, per l’appunto, a due proposte di Lega e M5S. Quella leghista prevede otto aperture annue tra domeniche e festivi, mentre quella pentastellata fissa un limite meno stringente di dodici aperture, una domenica al mese, comprendendo in entrambi i casi, le quattro domeniche prenatalizie e prevedendo specifiche deroghe per i centri turistici. Quale sarà il progetto definitivo ancora non sappiamo ma, secondo il vice presidente del Consiglio e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, tra breve si metterà fine all’attuale liberalizzazione selvaggia.

Se, come auspichiamo, le queste nuove norme saranno applicate, si permetterà a molte persone di tornare a vivere un’esistenza normale, scandita dalle comuni esigenze familiari e non solo dai ritmi imposti da una pseudo modernità che pretende si lavori persino la domenica pur di soddisfare qualsiasi spinta consumistica. Plauso dunque al governo giallo-verde per questa scelta in antitesi alla deregulation fatta propria sia dalla destra liberista che dalla sinistra riformista.

Vi è chi sostiene che in questo modo l’Italia sarebbe in controtendenza rispetto al resto dell’Europa perché diverremo il solo Paese ad avere regole tanto stringenti. In realtà un certo liberismo anarcoide sta di casa solo nell’Est europeo, dalla Polonia alla Repubblica Ceca, all’Ungheria, mentre i tre pesi massimi dell’Unione, ovvero Francia, Germania e Spagna, sono assai più restrittivi di noi.

In Francia il riposo domenicale è la norma. Solo i negozi di alimentari possono tenere aperto fino alla 13. C’è poi una deroga per gli esercizi commerciali situati nelle zone urbane con più di un milione di abitanti, se definite dal prefetto come aree di consumo eccezionale. Altra eccezione viene fatta per le località di interesse turistico, contenute in un preciso elenco prefettizio. La Germania ha affidato la competenza del commercio ai lander. Per la domenica e i festivi, la regola è la chiusura, salvo le edicole o le farmacie. A tutti è però concesso di tenere aperto quattro domeniche l’anno, in coincidenza di esposizioni o feste patronali. Anche in Spagna le regole sono stabilite a livello regionale, dalle Comunità autonome, e in genere sono previste fino a dieci aperture domenicali all’anno, con orario però limitato tra le 10 e le 16, mentre maggiori deroghe sono poi concesse per le zone turistiche.

L’Italia se vuole finalmente superare l’attuale deregulation si troverebbe quindi in buona compagnia e pare più sensato seguire l’esempio franco-tedesco piuttosto che accodarsi allo sfrenato liberismo del gruppo di Visegrad.

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