Trentanovesima edizione del Rossini Opera Festival a Pesaro

“Il barbiere di Siviglia”, “Ricciardo e Zoraide” e “Adina” per il 150° anniversario della morte di Rossini. Una edizione del ROF con grandi cantanti e il consueto gradimento del pubblico proveniente da tutto il mondo.

Trentanovesima edizione del Rossini Opera Festival di Pesaro, che ha coinciso con le celebrazioni per il 150° anniversario della morte di Rossini ed ha visto la manifestazione pesarese passare, dopo la storica reggenza Mariotti-Zedda, nelle mani esperte di Ernesto Palacio. Un cambio di guardia che non ha segnato alcun contraccolpo per un Festival la cui alta tradizione qualitativa, che lo ha reso celebre in tutto in mondo, sembra perpetrarsi nel tempo, con un record di presenze ed incassi senza precedenti nella storia del Festival. Certo le location dove hanno luogo gli appuntamenti più importanti della manifestazione pesarese sembrano sempre meno all’altezza delle proposte del Festival (il Teatro Rossini è troppo piccolo per le attuali richieste del pubblico e la decentrata Adriatic Arena, per quanto funzionale, non è certo in una zona dove fa piacere andare ad ascoltare musica), ma la speranza per la riapertura del più centrale PalaFestival, annunciata per il prossimo anno, fa ben sperare. Intanto, la presente edizione ha confermato come le scelte artistiche di Palacio siano vincenti, non solo per i titoli del cartellone, ormai tutti noti al numeroso pubblico di fedeli appassionati rossiniani, che ogni estate raggiungono Pesaro da ogni parte del mondo, ma soprattutto per la qualità esecutiva. Esaurito il bacino d’utenza delle opere sconosciute, che proprio grazie al ROF sono state una ad una riscoperte (oltre che proposte in edizione critica grazie al lavoro musicologico svolto della Fondazione Rossini) in tempi che storicamente si ricordano come gli anni della “Rossini renaissance”, oggi si continua a prestare grande attenzione nella selezione dei cast vocali, formati da specialisti, ma anche attingendo giovani dal bacino della benemerita fucina di nuovi talenti che è l’Accademia Rossiniana pesarese, fortemente voluta dal compianto Alberto Zedda, dove tecnica e stile dei giovani promettenti selezionati vengono affinati per dar loro la possibilità di emergere anche dinanzi al ricercato pubblico di appassionati rossiniani nelle serate del festival, oppure messi alla prova nel Il viaggio a Reims proposto ogni anno appositamente per loro, a coronamento della preparazione svolta in Accademia. Quest’anno i titoli dell’edizione 2018 sono stati Ricciardo e Zoraide, Il barbiere di Siviglia e Adina.

IL BARBIERE DI SIVIGLIA 

Partiamo dal celeberrimo Barbiere, che non ha certo bisogno di un festival per essere eseguito e che, anzi, per aver una ragion d’essere propositiva degna di nota in ambito pesarese richiedeva attenzioni fuori dal comune. Che ci sono state. Il valore aggiunto, solo in apparenza scontato secondo alcuni, è venuto dalla scelta di affidare la firma del nuovo allestimento a Pier Luigi Pizzi, storico regista, scenografo e costumista che grazie a molti suoi spettacoli fa parte dell’albo d’oro del ROF, e non solo. Eppure, strano a dirsi, Pizzi non aveva mai messo in scena Il barbiere di Siviglia nel corso della sua lunga e prestigiosa carriera. Lo ha fatto oggi, con la collaborazione di Massimo Gasparon, confezionando uno spettacolo memorabile, degno di entrare nella storia dell’interpretazione di quest’opera e di confermare come l’ottantottenne regista milanese abbia ancora voglia di stupire e rinnovarsi.

Sul piano visivo il suo Barbiere rientra nei codici di quell’estetismo figurativo elegante ed immacolato che fa da sempre parte del suo stile, con scene tutte in bianco e nero, sfumate di grigio, illuminate da una luce talvolta accecante; costumi altrettanto eleganti, apparentemente semplici eppure pronti a rispondere a quella volontà di far estetica del bello che coinvolge anche la selezionata compagnia di canto, formata da cantanti che non sono solo bravi, ma anche aitanti, pronti a venire incontro ad un disegno registico che sfrutta la loro fisicità e che mai per un attimo sfocia nella comicità farsesca, pensando piuttosto ad una realizzazione in bilico fra il teatro goldiniano e quello borghese, dove tutto appare reale e mai finto, anche quando la gioia ritmica proprio al teatro rossiniano sembra non permettere ai personaggi di acquisire una fisionomia che vada al di là della loro maschera funzionale all’ingranaggio narrativo. Questo accade soprattutto grazie alla cura che Pizzi mostra per mettere in essere la fisionomia dei caratteri meno codificati, come nel caso di Figaro, motore dinamico della vicenda, ma anche uomo che sembra già aver i connotati del borghese, dell’uomo nuovo, come sarà per il Figaro mozartiano.

Mai per un attimo lo spettacolo scade in quella comicità rispondente a cliché scontati e frusti; tutto è armoniosamente studiato nel segno di una pulizia visiva modulata attraverso quelli che appunto sono gli ingredienti tipici del teatro di Pizzi, attraverso l’utilizzo di passerelle che avvicinano i cantanti al pubblico; ingredienti che, sia detto ben chiaro, sono quelli di un uomo di teatro che non è solo esteta del bel vedere e dell’eleganza eretta a sistema teatrale, ma anche un regista a tutto tondo, checché ne dicano e scrivano i suoi detrattori. In questo spettacolo lo conferma e viene accolto dal pubblico con un affetto senza macchia, con la riconoscenza che si deve solo ai grandi uomini di teatro come lui. La direzione di Yves Abel, alla testa dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, non è forse raffinata in senso assoluto, ma non manca di ritmo e accentua il carattere narrativo asciutto e concreto che aiuta i cantanti ad emergere al meglio, anche quando al fortepiano, per accompagnare i recitativi, c’è un musicista insostituibile come Richard Barker.

Il tenore russo Maxim Mironov si guadagna, nei panni del Conte d’Almaviva, un successo personale, meritatissimo. La voce è di volume contenuto, ma sembra aver definitivamente perso il vibrato che caratterizzava le prime prestazioni e si ammira per la perizia tecnica e stilistica con cui affronta il canto di agilità e le emissioni a fior di labbro, dove il modo di porgere ne fanno un tenore di grazia delicato e fascinosamente sospiroso, oltre che di giovanile eleganza scenica. Nel rondò si disimpegna al meglio delle sue possibilità e si conferma un raffinato virtuoso. Anche il Figaro di Davide Luciano è da lodare senza riserve. La voce corre con facilità, ben emessa e timbrata, così come evidente è la disinvoltura scenica, indispensabile per un ruolo come questo, tale da contribuire a farne una creazione interpretativa da ricordare, ben valorizzata dalla regia, che lo vuole intonare la celebre cavatina d’ingresso improvvisando un rinfrescante spogliarello nella vasca di una fontana.

La bella Aya Wakizono, mezzosoprano giapponese, è una Rosina di tutto rispetto. Non avrà un registro grave sonoro e una qualità timbrica da ricordare, ma canta assai bene. Passiamo ai veterani, Pietro Spagnoli e Michele Pertusi. Il primo è finalmente un Don Bartolo di gusto moderno, lontano, complice la regia, da ogni scontata marcatura buffonesca della parte e sfoggia, nell’aria “A un dottor della mia sorte”, sillabati incisivi e infallibili, da vero maestro. Il secondo è un Don Basilio misurato nel canto e accurato nell’espressione, sempre attento al gesto, sottilmente cinico e, per questo, mai inutilmente sopra le righe. Un lusso la presenza di Elena Zilio, che dopo tanti anni di carriera riesce ancora a divertirsi sulla scena e a fare della sua Berta un prezioso cammeo artistico. Il cast è completato dai bravi William Corrò, Fiorello/Ufficiale e Armando De Ceccon, Ambrogio.

RICCIARDO E ZORAIDE

Spettacolo decisamente meno soddisfacente, almeno sul piano visivo, quello firmato dal canadese Marshall Pynkoski, con coreografie di Jeannette Lajeunesse Zingg, scene di Garard Gauci e costumi di Michael Gianfrancesco per Ricciardo e Zoraide. Chi aveva già visto l’opera a Pesaro e ricordava gli sforzi vincenti compiuti da Luca Ronconi per superare i limiti di un’opera dalla drammaturgia un po’ fragile e dalle qualità musicali più ricercate che reali messe in essere da Rossini per quest’opera seria del 1818, situata in pieno periodo creativo napoletano, è rimasto oggi deluso dall’immagine oleograficamente colorata e senza sostanza registica voluta da un team di coreografi che hanno, con pennellate di ironia forse più involontarie che volute, dimostrato di non credere in quest’opera, che non sarà certo un capolavoro, ma avrebbe richiesto più attenzione nel cogliere, attraverso il belcanto e le grandi scene costruite con recitativi accompagnati, una narrazione che, ci permettiamo di dire, sembrava un po’ campata per aria, come fosse uscita da un colorato libro di fiabe per bambini che illustra sommariamente i contenuti di una favola non comprendendone appunto lo sviluppo narrativo.

Senza voler affondare il coltello nella piaga di un allestimento infelice, meglio soffermarsi sulla parte musicale, affidata alla accurata bacchetta di Giacomo Sagripanti, attenta nel seguire le evoluzioni belcantistiche delle voci ma anche ispirata quando, nella lunga Sinfonia e nella introduzione di alcune arie (vedasi quella di sortita di Ricciardo), il pesarese cerca già sonorità che guardano al romanticismo e che Sagripanti coglie con saggia attenzione allo scorrere della melodia, illuminandola con ispirato taglio espressivo. Compagnia di canto di fuoriclasse rossiniani. I puristi diranno che Pretty Yende non ha la vocalità che le cronache del tempo ci raccontano avesse Isabella Colbran, per la quale Rossini pensò le grandi parti sopranili delle opere del periodo napoletano e che, si narra, possedesse, oltre alla coloratura, anche una voce dai centri di mezzosoprano/contralto, come attesta la scrittura stessa delle parti per lei scritte. Eppure la Zoraide della Yende, in virtù della tecnica sopraffina, della bellezza della voce e dello sfogo cristallino nel registro acuto vince la sfida di un ruolo tanto complesso, così da confermarsi, con variazioni e cadenze pirotecniche, fra le virtuose più in vista del panorama internazionale, sfoggiando anche una sensibilità espressiva da autentica primadonna.

Una volta lodato il bel timbro contraltile di Victoria Yarovaya, impegnata nella breve ma non facile parte di Zomira, e il corretto Nicola Ulivieri, Ircano, si segnalano, nei ruoli di contorno, alcuni giovani provenienti dalla Accademia Rossiniana, fra i quali ci piace nominare il tenore Xabier Anduaga, Ernesto, voce da seguire con interesse. Vincente l’accoppiata tenorile chiamata a far rivivere, nei panni dell’”amoroso” Ricciardo e dell’eroico Agorante le leggendarie qualità vocali di Giovanni David e Andrea Nozzari; il primo tenore contraltino, il secondo baritenore, per i quali Rossini creò diversi ruoli, talvolta facendoli anche duettare assieme, come nel caso di quest’opera, dove nel secondo atto se ne ammira uno davvero bellissimo, con una sezione centrale, “Quale dolce speme or sorgere”, dove le due voci intonano all’unisono un tema d’involo lirico soggiogante. Oggi Juan Diego Flórez, Ricciardo, non ha rivali di lui degni in parti come questa, se non se stesso. Ovviamente gli anni di carriera si fanno sentire e lasciano marginalmente il segno in una coloratura pur sempre sfavillante e in un registro acuto svettante anche se meno appariscente. Ma è più che ovvio che Flórez resti il numero uno in ruoli come questo e quando è chiamato a cantar d’amore regala, nella sezione più lirica dell’aria di sortita, “S’ella mi è ognor fedele”, momenti di elegia di assoluta grandezza. Di vocalità più brunita e scura è il tenore russo Sergey Romanovsky. L’anno passato fece impressione come Néocles ne Le siège di Corinthe; oggi, come Agorante, esegue senza batter ciglio i fulminei passaggi di registro dall’acuto al grave, ma appare espressivamente un po’ intimidito e meno eloquente del previsto sul versante dell’accento. Per tutti applausi trionfali, più che meritati.

ADINA

Pari successo è arriso al terzo e ultimo spettacolo pesarese, questa volta non alla Adriatic Arena, ma al Teatro Rossini: Adina, farsa in un atto che a Pesaro si era ascoltata solo in una occasione e che, per di più, le ricerche musicologiche hanno confermato essere non tutta farina del sacco compositivo del pesarese, che musicò solo alcuni numeri dell’opera lasciando il completamento della partitura ai suoi collaboratori. Oggi viene ripresa in un nuovo allestimento affidato alle cure registiche di Rosetta Cucchi, che firma, con le fantasiose scene di Tiziano Santi e gli estrosi costumi di Claudia Pernigotti, una spettacolo visivamente sovreccitato e divertente, di sapore figurativo vagamente desneyano, con la presenza in scena di una gigantesca torta nuziale decorata, di color turchese; l’andirivieni a moto perpetuo di comparse e figuranti mai annoia, anche se talvolta finisce per sacrificare il coté sentimentale che qua e là emerge fra le pieghe di questa farsa a ritmo ostinato e continuo.

La direzione sbrigativamente effervescente di Diego Matheuz, alla testa della Orchestra Sinfonica G. Rossini, pare giusta per uno spettacolo come questo, dove nella compagnia di canto si attendeva la prova della giovane Lisette Oropesa, soprano americano lirico-leggero sempre più lanciata a livello internazionale. Bella donna, che sta in scena benissimo. Sul piano vocale sfoggia un trillo di tutto rispetto, un virtuosismo abbastanza ardito e un registro acuto esteso, dove però si percepisce qualche fissità nelle note estreme. Da riascoltare, per farsi un quadro più completo delle sue capacità, certo indiscutibili. Una conferma è invece Vito Priante, che nei panni del Califfo canta e recita splendidamente. È un virtuoso di tutto rispetto e si resta ammirati quando intona, con un legato da manuale, la sezione centrale della sua aria, “Dolce Adina lusinghiera”. Spericolato, anche nell’utilizzo del registro di testa, il tenore sudafricano Levy Sekgapane, Selimo; validi Matteo Macchioni, Alì, e Davide Giangregorio, Mustafà, che completano l’affiatatissima compagnia di canto.

CONCERTI

Come ogni anno, accanto ai titoli del Festival, molti concerti e pomeriggi di belcanto, fra i quali segnaliamo il recital non del tutto soddisfacente del soprano Yolanta Auyanet, ottimamente accompagnata al piano Giulio Zappa, ma soprattutto quello, davvero da ricordare, di Michele Pertusi, impegnato, con al suo fianco, al pianoforte, il meraviglioso Richard Barker, in un programma che ha visto il grande basso confermare l’alto magistero del suo morbido e soffice legato, da vero maestro di canto quale è, con momenti di pura emozione espressiva toccati nelle pagine da camera di Rossini e Bellini e nell’impalpabile e commossa mezzavoce sfoggiata nella “Chanson de la mort” da le Quatre chansons de Don Quichotte di Ibert. Tre i bis, assai impegnativi, fra cui l’aria “Fu Dio che disse” da L’Ebreo di Apolloni, di sapore decisamente verdiano, e la un tempo assai nota “Air du Tambour Major” da Le Caïd di Thomas, resa celebre dalla incisione del leggendario Paul Plançon (famoso per la sua capacità di trillare) e, dopo di lui, da diversi altri bassi, Pertusi compreso, che la esegue con mirabile souplesse. Di pregio anche il concerto che ha visto il basso Carlo Lepore, accompagnato dal Nonetto di Fiati del Teatro Comunale di Bologna, eseguire note pagine di Rossini e Donizetti che fanno parte del repertorio più frequentato da un cantante confermatosi voce oltre che artista a pieno titolo nel gotha delle migliori voci rossiniane oggi al mondo. Perché a Pesaro talvolta non tutte le ciambelle riescono col buco, ma senza timore di smentita qui si ascolta, sempre e comunque, il miglior Rossini possibile.
Tutte le produzioni del Festival sono state riprese e verranno trasmesse in differita dalla Rai (Rai5 trasmetterà Ricciardo e Zoraide il 30 agosto p.v. alle 21.15) , che quest’anno ha reso omaggio all’anniversario rossiniano con importanti appuntamenti televisivi nel mese di agosto legati alla presente come alle passate edizioni storiche del ROF. Appuntamento al 2019, dall’8 al 20 agosto, per la nuova produzione di Semiramide firmata da Graham Vick e diretta da Michele Mariotti, seguita da L’equivoco stravagante e Demetrio e Polibio.

Foto di Amati Bacciardi.

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