Genova, centrodestra e centrosinistra addio. E dopo?

Ogni cambio d’epoca ha i suoi simboli. Il crollo del muro di Berlino per la fine del comunismo, la Brexit e la vittoria di Trump per il ritorno della classe media a protagonista politico su scala globale. Nella politica italiana, più ancora del voto del 4 marzo scorso è assurto a simbolo tragico di una netta cesura con il passato il crollo del viadotto Morandi a Genova. È un intero sistema che crolla, fatto di privatizzazioni di monopoli naturali, svantaggiose per lo stato e nocive per i cittadini utenti, ma incredibilmente convenienti e “pacchiane” per gli amici degli amici, per gente che con la complicità di politici e banchieri, si è appropriata di società pubbliche galline dalle uova d’oro, senza manco disporre dei capitali necessari ma pagando i debiti contratti per acquisirle saccheggiando gli assets delle società acquisite, (tecnicamente operando un leveraged buy-out).

Un sistema che ha potuto reggersi negli ultimi vent’anni anche contando sul fatto che il sistema bipolare, lungi dal produrre la tanto decantata “alternanza”, garantiva invece la “permanenza” di chiunque fosse il vincitore fra i due contendenti, nelle medesime politiche economiche che hanno reso i ricchi sempre più pochi e sempre più ricchi a prezzo di dissanguare la classe media.

Ma questo sistema è stato sonoramente delegittimato e scardinato dagli elettori il 4 marzo scorso che hanno dato la maggioranza assoluta dei consensi a due forze che si presentavano come “antisistema”.

Con la formazione del governo gialloverde, e con la complicità della legge elettorale, è finito il bipolarismo. La mancata votazione di un eccellente professionista della comunicazione come Marcello Foa a presidente della Rai da parte di Forza Italia ha sancito la fine dell’alleanza di centrodestra. Già si parla di corsa solitaria della Lega alle prossime regionali, se non addirittura di contratti di governo tra M5S e Lega anche a livello regionale. Chi mette l’accento sulle divisioni fra le due forze di governo al punto da prospettarne una prossima caduta, non fa i conti con fatto che le scelte di politica economica che l’esecutivo sta approntando per la prossima legge di bilancio, richiedono una maggioranza più che mai compatta. La scelta, fondamentale per il futuro e la ripresa del Paese, di una finanziaria espansiva comporterà infatti un durissimo braccio di ferro con l’Ue a guida tedesca, dagli esiti aperti. Con una tempesta finanziaria che si prospetta alle porte non tanto da parte dei “mercati”, perché gli analisti alla fine sanno valutare i fondamentali di un Paese, ma piuttosto a causa dello spread notoriamente manovrato dalla Bce per favorire le politiche austeritarie gradite alla Germania, e, in questo caso per “punire” gli elettori italiani che hanno sbagliato a votare e per stroncare nel rigore finanziario la “primavera italiana” che sta creando un pericoloso precedente.

Ciò sta già avendo degli effetti notevoli sul sistema politico. La fine del centrodestra comporta il contestuale venir meno del centrosinistra. Con Forza Italia, o quel che ne resta, sempre più culturalmente e politicamente in avvicinamento al Partito Democratico, si va verso un nuovo rassemblement “europeista”, dove però europeista è da intendersi come sinonimo di “austeritario” e di neoliberista. Ciò comporta che non vi sarà più spazio per un nuovo campo riformatore, a cui anche i cattolici democratici e popolari possano guardare, perché questo nuovo contenitore o alleanza è destinato a essere egemonizzato culturalmente dalla Bonino, dai neocon de il Foglio come Ferrara e Cerasa, dai Saviano, dai Cottarelli e Calenda, ecc.

Anche in Italia, come succede in alcuni Paesi dell’Europa dell’Est, Polonia, Ungheria, per certi versi anche Russia, quello spazio che era proprio delle forze che si rifanno alle tradizionali culture riformatrici, sta per esser occupato da un’opposizione “democratica”, sorosiana, subalterna alla finanza speculativa, austeritaria e per questo non più votabile dalla classe media.

La sfida che si prospetta allora credo sia piuttosto quella di costruire una “coalizione per la domanda interna” che punti a politiche espansive attraverso la riforma della Bce, e che non lasci a M5S e Lega l’intera rappresentanza della classe media. Anche con l’apporto dei cattolici democratici e popolari.

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