Oltre la frattura tra cattolici del sociale e cattolici della morale

Papa Francesco ha chiesto una nuova generazione di politici cattolici, prima di lui la stessa richiesta era stata formulata da Papa Benedetto. Papa Francesco ha ricordato che l’impegno politico è “martiriale” ma non è rinunciabile da parte dei cattolici, facendo memoria delle parole del Beato Paolo VI che ha parlato di politica come alta forma di carità.

L’anno scorso il Presidente della CEI, Card. Gualtiero Bassetti, ha posto una premessa imprescindibile per comprendere il suo discorso all’Assemblea della CEI del maggio di quest’anno, ossia, di fronte alla ormai evidente irrilevanza dei cattolici, l’urgenza di superare la frattura tra cattolici del sociale e cattolici della morale. Senza questa premessa non sarebbero comprensibili davvero le sue parole con cui parla dell’appello sturziano ai “liberi e forti” e di un nuovo protagonismo dei cattolici che non disconoscono più la cultura popolare e democratico cristiana che ha caratterizzato per un secolo la propria presenza.

Urge, a questo punto l’analisi: quando si avanza l’esigenza di qualcosa di nuovo? Normalmente quando si è di fronte ad una assenza o/e ad un fallimento. Il lungo quarto di secolo che è alle nostre spalle e pomposamente definito “seconda repubblica”, è caratterizzato dalla diaspora e dalla progressiva irrilevanza dei cattolici in politica giunta al suo apice con le elezioni del 4 marzo con una pesante e generale assenza dei giovani cattolici dall’impegno diretto segno che il testimone di una cultura politica non è passato.

Se seguiamo la buona pratica di fare revisione delle cose fatte ed avvenute (in Azione Cattolica si parlerebbe di fare raggio) cosa possiamo cogliere? Se fossimo brutali rischieremmo di cogliere un’induzione al suicidio di una presenza corale per garantire strapuntini individuali. Come è stato possibile ciò? Andando a prestito di rivoluzioni altrui, aderendo all’idea malata della contaminazione tra culture politiche trasformando le alleanze in nuove identità rivelatesi vere e proprie ogm, cercando di approfittare furbescamente di un bipolarismo senz’anima con cui venivano messe in crisi le identità da annullare dentro partiti plurali e personali dove diventa più importante la fedeltà al capo, facendo assurgere la diaspora a dogma spacciandola come un processo di liberazione da costruirsi attraverso trasversalità, pre-politica (l’alibi di tanto associazionismo), privatizzazione della fede da nascondere sotto continue e dotte citazioni (o tirate per la giacchetta??) di questo o quel Popolare o Democratico Cristiano (da La Pira a De Gasperi, da Donat-Cattin a Moro, ecc..) fermo restando il disconoscimento della storia dentro cui costoro sono inscritti.

Proprio quest’ultimo punto appare degno di una rapida ma necessaria sottolineatura: l’acredine e le spaccature tra cattolici di oggi, più legati a incattivimento ideologico che a coerenza, mettono ancora più in risalto un elemento importante della presenza popolare e democratico cristiana, ossia quello di aver rappresentato una linea avanzata di azione autonoma nella società di laici che si sono riconosciuti grazie alla comune identità ed hanno costruito un impegno comune che nel contempo ha garantito alla Chiesa di poter esercitare la propria missione e evitare che spaccature politiche potessero entrare subdolamente dentro le comunità ecclesiali.

Tutto questo fa nascere non una nostalgia per una organizzazione che è sempre legata al tempo in cui si inserisce e, attingendo alle esperienze di una grande storia, innovabile, bensì per una cultura politica non esclusiva ma certamente unitaria ed autonoma (che non ha mai disconosciuto la possibilità di altre opzioni, come fatto già da don Sturzo, senza per questo assumersene la rappresentanza).

La richiesta di novità a questo punto assume un valore più chiaro ed evidente: il vino nuovo in otri vecchi rischia di finire disperso! Cioè occorre uscire fuori dagli schemi di questi venticinque anni, anche perchè con le elezioni del 4 marzo ogni alibi od escamotage per garantire qualche rendita di posizione, sempre più marginale in verità, non è stato più possibile. La ormai consueta azione di gettare in mare scialuppe di salvataggio per muovere vecchia classe dirigente (o portatori di qualche interesse) desiderosa di salvarsi ad ogni passaggio elettorale è definitivamente fallita. Tale fallimento va detto nasce proprio dalla spaccatura stessa tra cattolici del sociale e cattolici della morale, gli equipaggi contrapposto delle scialuppe di cui sopra impegnate di soliti in canoneggiamenti o speronamenti reciproci (una guerra tra sfigati): in tale spaccatura la vita e la famiglia sono diventati dei totem astratti, la crisi antropologica un fastidio da abbandonare a posizioni integraliste, la centralità dell’uomo e l’impegno per il Creato definizioni da sbandierare ma al momento del voto nelle assemblee elettive da mettere da parte a favore del destino personale, confondendo la necessaria mediazione democratica con l’obbedienza a chi ha in mano le liste elettorali. Cosa serve per sanare tale frattura? Urge un ritorno alla virtù dell’Amicizia da trasformare, ritrovando una comune identità e storia, in processo politico capace di ricostruire una triplice autonomia di analisi, valutazione ed azione fuori dalla geometria tradizionale destra/centro/sinistra per ritrovare una centralità di cui ha bisogno sia l’Italia sia l’Europa per il senso stesso di democrazia di cui i cattolici sono portatori che attinge alla Dottrina Sociale della Chiesa e all’elaborazione costituzionale italiana e dei padri fondatori dell’Europa.

Serve, però, anche una vera parresia, una operazione verità: la diaspora e l’irrilevanza non sono schemi astratti calati dall’alto ma hanno viaggiato sulle gambe di uomini che ne portano la responsabilità. Chi ha avuto incarichi importanti nella “seconda repubblica” ha il dovere di accompagnare i giovani verso un nuovo impegno amicale ritessendo un filo interrotto ma deve avere anche chiaro che appartiene ad una stagione portatrice di cattiva politica e chiusa per quanti salti mortali possa fare. Serve un impegno intergenerazionale non elucubrazioni elettoralistiche facendo coincidere ancora la ripresa della presenza politica dei cattolici ad un passaggio elettorale e al proprio destino: se si continuasse su questa strada mancherebbe la ricerca di una nuova sintonia con il popolo, le comunità, i territori, conditio sine qua non per tornare a cimentarsi con le elezioni in quanto portatori di una visione e non perchè contro qualcuno.

L’Amicizia Cattolica diventa quindi una possibile strada per riscoprirsi liberi e forti andando oltre le mere commemorazioni ed i circoli asfittici dove ci si allena alle giravolte ed alle operazioni a tavolino non prendendo sul serio un monito recuperabile attraverso le parole di Lev Tolstoj “la nostra fortuna è come l’acqua nella rete: tiri la rete e la senti gonfia, e quando l’hai issata a terra non c’è niente”.

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