Se la strategia dell’opposizione è decisa dall’esterno

A ragione si critica il fatto che il primo partito italiano, il Movimento Cinque Stelle, non dispone di adeguati organismi democratici rappresentativi ma sviluppa la sua democrazia interna quasi interamente sulla rete. Ma negli altri grandi partiti, al di là delle forme statutarie e organizzative, la sostanza è poi tanto diversa? É una domanda d’obbligo in questa confusa fase in cui regna l’incertezza sulla strategia da adottare da parte delle opposizioni, di fronte a un consenso verso il governo M5S-Lega cresciuto nei sondaggi di 10 punti oltre il risultato già eclatante del 4 marzo scorso, che oggi si attesta al 60% e potenzialmente in grado di toccare i due terzi dell’elettorato.

Mettendo da parte fra le opposizioni le due forze in qualche modo estreme, Fratelli d’Italia e Liberi e Uguali, che in questa fase paiono fuori dai giochi e concentrate più a presidiare rispettivamente la rappresentanza di una destra e una sinistra fortemente identitarie che a concorrere a un’alternativa di governo, l’attenzione è tutta sulle mosse degli altri due partiti d’opposizione, Forza Italia e soprattutto il Partito Democratico. E se per il partito di Berlusconi è realistico pensare che qualunque svolta debba avere l’avallo del capo, si fa fatica a comprendere ciò che sta avvenendo nel Pd. Emerge un paradosso che pone degli interrogativi. Come è possibile che un partito che riunisce direzioni, assemblee, segreterie dopo il tracollo elettorale non solo non abbia riflettuto sulle ragioni della sconfitta, ma soprattutto non abbia ancora compiuto una scelta strategica. Tutto ha il sapore di un temporeggiamento, di un’attesa di una linea, che forse addirittura si protrarrà fino a dopo le elezioni europee del prossimo anno. Ma chi la deve dare questa linea, se non gli organi di partito? Non esisteva un’area sempre più critica verso la componente di Renzi, che si è spinta con l’ex ministro Calenda a invocare un fronte repubblicano europeista, anti-populilsta e anti-sovranista? E l’ex premier dal canto suo non ha mai nascosto di guardare al modello Macron, forse addirittura andando oltre Pd e Forza Italia: come mai anche questo progetto pare in standby?

In realtà la via maestra ancora accarezzata da settori consistenti dell’establisment per mandare a casa il governo gialloverde sembra essere quella di evocare il fantasma di Tsipras: far passare il messaggio che anche Di Maio e Salvini al pari dello scravattato premier greco, già dal prossimo autunno con la finanziaria si dovranno arrendere alla dura legge dei numeri e saranno costretti a riporre nel cassetto le loro promesse di deciso cambio delle politiche monetarie e di bilancio in senso espansivo. Una via infallibile verso la rovina elettorale, già percorsa da Renzi, ma che non appare di così facile attuazione con gli attuali due vicepremier, vulnerabili ma niente affatto sprovveduti.

Allora fra le oligarchie si sta insinuando, piano piano, un altro approccio che viene da lontano e che risente degli input transnazionali di logge piramidali di cui si possono captare degli echi, ad esempio, sui giornali dell’establishment. In particolare, due recenti editoriali comparsi sul Corriere della Sera a firma di Ernesto Galli della Loggia e di Antonio Polito risultano illuminanti al proposito. Il primo, rivalutando il concetto di nazione, sconfessa quanti credono che al progetto sovranista vada opposto il “progetto europeistico”, bensì va opposta “la cultura della nazione democratica”. Polito si spinge addirittura a “sperare che nasca presto” “un nuovo movimento politico che sappia mettere l’Italia al primo posto”. Questi due editoriali sembrano avere un filo rosso in comune, l’idea che l’ondata sovranista e populista che percorre l’Europa non vada più combattuta frontalmente, ma “addomesticata”, sterilizzata nei suoi effetti economici. Insomma, si deve puntare a un’opposizione non più anti-populista, bensì simil-populista, che le masse, il ceto medio a disagio possa confondere con i populisti, in tutto simile ai sovranisti fuorché nella regolazione dell’economia e dei commerci globali. Un nuovo globalismo camuffato come nazionale, che non interrompa in alcun modo la disuguale ripartizione della ricchezza in atto e che permetta alla speculazione finanziaria di continuare a prelevare oltre il dovuto la ricchezza prodotta dall’economia reale.

Un progetto rafforzato anche dalla constatazione del fallimento in Francia del progetto dello scontro frontale fra globalismo europeista e populismo, sul quale le élites avevano costruito la leadership di Macron (oggi in profonda difficoltà, “diffidato” platealmente con l’affronto dello scambio di colori durante l’esibizione delle frecce tricolori transalpine nella festa del 14 Juillet) che ha vinto lo scorso anno solo grazie alla legge elettorale e che è minoritario fra l’elettorato.

C’è da scommettere che non saranno congressi o il libero esercizio della tanto decantata, quanto snobbata, democrazia interna a dettare la linea di una opposizione che a tutt’oggi non c’è e che si prepara a essere domani quello che le élites globaliste vogliono che sia.

A quanti invece si oppongono genuinamente e dal basso all’attuale governo non resta che perseguire con più convinzione l’opzione per costruire una coalizione della domanda interna che principalmente intercetti i bisogni, le domande, gli interessi di quei due terzi del Paese che è stato penalizzato dall’austerità, cercando di comporli in un quadro di realistica e possibile collaborazione fra popoli europei e di forte impegno per il rilancio complessivo del Paese e di riduzione delle sempre più forti disuguaglianze.

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