La Chiesa italiana di fronte all’immigrazione: un dibattito costruttivo

Nell’ultima settimana si sono registrati almeno tre interventi di rilievo in ambito ecclesiale sul tema dell’immigrazione. Segno di un’attenzione costante e di un impegno operoso del mondo cattolico non solo sulle frontiere dell’accoglienza e dell’integrazione, ma anche su quelli della giustizia nel mondo, sulla responsabilità della politica verso il futuro dei continenti europeo e africano.

Lo scorso 14 luglio «un gruppo di presbiteri e laici», come si definiscono, ha scritto una Lettera ai Vescovi italiani perché intervengano «sul dilagare della cultura intollerante e razzista» sostenuta, secondo i firmatati, «persino da rappresentanti di istituzioni». La lettera contiene una dura condanna dell’uso dei migranti per il dumping salariale e per l’inadeguatezza delle politiche di integrazione, rimarcando l’incompatibilità fra «essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati, denigrare chi ha meno o chi viene da lontano, sfruttare il loro lavoro ed emarginarli in contesti degradati e degradanti».

Il 19 luglio scorso una nota della Presidenza della Cei sul tema dell’accoglienza, Migranti, dalla paura all’accoglienza, ha espresso l’invito a «osare la solidarietà», la «gratitudine» a quanti sono «costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare», ribadendo la volontà dell’Episcopato italiano di non «volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto».

Sempre il 19 luglio scorso è arrivata la Risposta del Vescovo di Ventimiglia – Sanremo, mons. Antonio Suetta ai firmatari della “Lettera ai Vescovi italiani”. Un documento ampio e articolato che sviluppando alcuni temi già toccati dai due testi precedenti, riporta anche il punto di vista di alcuni esponenti dell’episcopato africano sulla tratta di esseri umani.

Come quello di Mons. Nicolas Djomo, Presidente della Conferenza Episcopale del Congo, che parlando ai giovani cattolici africani li invitava a guardarsi dagli «inganni delle nuove forme di distruzione della cultura di vita, dei valori morali e spirituali, perché non si può pensare che gli uomini siano come merci che si possono sradicare e trapiantare ovunque, se non perseguendo un’idea nichilista che vorrebbe appiattire le culture e le identità dei popoli. Voi siete il tesoro dell’Africa; – ha aggiunto Djomo – la Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi».

«Per questa ragione, oggi, – sottolinea il vescovo di Ventimiglia – mentre affermiamo con Papa Francesco il dovere dell’accoglienza di chi bussa alla nostra porta in condizioni di grave emergenza, occorre anche impegnarsi, forse più di quanto non sia stato fatto, per garantire ai popoli la possibilità di “non emigrare” (…) L’emigrazione dei giovani rappresenta un grande depauperamento per l’Africa. Spesso, inoltre, a emigrare sono i giovani istruiti, nell’illusorio sogno del benessere europeo a portata di mano. Nell’impegno per l’accoglienza, si finisce spesso per trascurare quanti restano in quei Paesi, che spesso sono veramente i più poveri, anche culturalmente».

A ciò si aggiunge, osserva mons. Suetta, citando due vescovi nigeriani, Mons. Joseph Bagobiri della Diocesi di Kafachan e Mons. Jilius Adelakan, Vescovo di Oyo, il riconoscimento «che la Nigeria è un Paese ricco di tante risorse, ma le associazioni malavitose, che hanno contatti anche nei vari Paesi europei, e anche in Italia, incoraggiano di fatto la tratta di esseri umani, alimentando illusioni e false speranze, per un loro tornaconto». Il vescovo di Ventimiglia a questo proposito cita il giudizio netto di Monsignor Benjamin Ndiaye, Arcivescovo di Dakar, capitale del Senegal: «Non abbiamo il diritto di lasciare che esistano canali di emigrazione illegale quando sappiamo benissimo come funzionano, tutto questo deve finire».

La lettera di mons. Antonio Suetta, nell’individuare con realismo i principali aspetti del fenomeno migratorio, non tralascia neppure punti scabrosi o politicamente scorretti, come «il difficile tema dell’immigrazione islamica», citando situazioni «come la Francia, dove l’integrazione è ancora di là da venire», e quello della sostituzione della popolazione europea, mettendo in guardia dal rischio che i migranti siano «vittime insieme alle popolazioni occidentali di “piani orchestrati e preparati da lungo tempo da parte dei poteri internazionali per cambiare radicalmente l’identità cristiana e nazionale dei popoli europei”, come recentemente ha ricordato Mons. A. Schneider. Senza ossessioni di complotti, ma anche senza irresponsabili ingenuità, non possiamo nascondere che siano in atto tanti progetti e tentativi volti annullare le identità dei popoli, perché ciascun uomo sia più solo e debole, sganciato dai riferimenti culturali di una comunità in cui possa identificarsi fino in fondo: lo possiamo costatare dalla produzione legislativa europea sempre più lontana e avversa alle radici della nostra civiltà».

Temi su cui riflettere, alla luce della fede e dei “segni dei tempi”, sui quali anche i laici cristiani con saggezza e concretezza devono fare la loro parte.

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