Il vertice Trump – Putin smaschera la “stupidità americana” o quella europea?

I “padroni del discorso”, media e opinionisti dipendenti dalla finanza globalista, erano abituati fino al 2016, anno della Brexit e dell’elezione di Trump, a un’unica e incontrastata narrazione degli avvenimenti, anche riguardo alla Russia. Un pericolo, una minaccia, non una vera democrazia, secondo lorsignori. Ed hanno continuato (in Italia in prima fila Stampa, Repubblica, Corriere, tutti i tg) anche dopo il 2016 una martellante campagna di stampa volta a demonizzare la Russia, a creare nelle opinioni pubbliche occidentali un clima favorevole alla guerra (come fu con le false prove contro Saddam Hussein), tramutatosi in una strategia di accerchiamento della Russia, di escalation militare (cui anche l’Italia dei governi Pd ha partecipato, mandando un contingente militare nelle repubbliche baltiche contro un nostro fondamentale partner economico e commerciale, qual è la Federazione russa), di folle ripristino di un clima da nuova guerra fredda.

Ma questa volta, in occasione del summit fra il presidente Trump e l’omologo russo Putin, la ciambella non è venuta col buco. L’impegno c’è stato. Il deep state americano, attraverso il procuratore speciale Robert Mueller sullo spionaggio russo, tre giorni prima del vertice, tanto per rasserenare un po’ il clima, aveva incriminato 12 cittadini russi per interferenze nelle presidenziali del 2016. La grande stampa italiana, all’unisono, ha parlato di resa degli Stati Uniti. Resa a che cosa? Alla minaccia russa, che non esiste, perché il partito di Putin, cosa che non viene mai detta, tiene a freno i veri nazionalisti russi, siano essi nostalgici dell’Urss o degli Zar, e all’interno il leader del Cremlino viene accusato spesso di debolezza, remissività, sopportazione eccessiva di umiliazioni, nei confronti dell’Occidente. Invece esiste il bellicismo, l’aggressività dell’America del Nobel per la pace Obama, dei democratici americani, stranamente sostenuti dalle sinistre e dai progressisti europei. Allora se resa c’è stata, è la messa nel classico armadio che custodisce gli scheletri, del piano demenziale della Clinton e dei suoi istigatori economici e finanziari, di un aumento delle ostilità verso Mosca dagli esiti imprevedibili e con ricadute infauste sui territori e sulle popolazioni europee.

Questo deliberato deterioramento delle relazioni russo-americane degli ultimi anni Donald Trump con il linguaggio senza fronzoli e diretto che abbiamo imparato a conoscere, lo ha definito, “follia e stupidità degli Usa” (U.S. foolishness and stupidity). E il russiagate “una farsa”.

Nessun commentatore ha evidenziato, anche se tutti l’hanno ben compreso, il vero grande messaggio che Trump ha voluto dare nelle tre tappe di questo suo viaggio europeo: Bruxelles per il vertice Nato, Londra e Helsinki: la Casa Bianca non considera più la Russia una minaccia né per l’America né per l’Europa, e dunque la Nato non serve più.

Il summit di Helsinki inaugura una nuova fase di relazioni costruttive tra Occidente e Russia, pone le basi per la revoca delle sanzioni, con grande benefici economici per i Paesi europei, il riconoscimento della volontà popolare della Crimea di ricongiungimento alla madrepatria russa, la fine della guerra in Siria, con la rinuncia, si spera finalmente applicata nella realtà, dell’Occidente di sostenere i gruppi terroristici fondamentalisti in funzione anti-Assad. Il governo israeliano (non a caso è stato Netanyahu il primo leader estero incontrato da Putin a Mosca dopo il vertice con Trump) ha prontamente dato un segnale concreto di sostegno alle conclusioni del summit fra i leaders delle due superpotenze nucleari: come ci informa l’autorevole analista Elijah J. Magnier, Israele, nelle ultime ore, ha respinto decine di jihadisti che cercavano di scappare dalla Siria attraverso il Golan, mentre in passato capitava persino che li rifocillasse e curasse i feriti.

Invece, noi europei, i nostri opinionisti e analisti, si ostinano a non tener conto del cambiamento che viene da Helsinki, preferendo spostare l’attenzione sui duri attacchi che il presidente americano riceve in patria per la sua determinazione nel fermare l’escalation bellica contro a Russia che i suoi predecessori gli avevano lasciato in dote.

Difficile stabilire quale sia la stupidità maggiore: quella americana o quella nostra, europea del nostro establishment politico-mediatico. Da cui, per fortuna, almeno l’attuale governo cerca di prendere le distanze.

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