Una diversa lettura del ’68

Cinquanta anni ci separano ormai dal 1968, l’anno più mitico o, meglio, più mitizzato dell’intero Novecento, quello nel quale in tutto l’Occidente scoppiò la contestazione giovanile e una prorompente volontà di sconvolgere qualsiasi assetto consolidato. Un fenomeno collettivo che accomunò tanto gli Stati Uniti quanto la vecchia Europa. Snodo cruciale, quasi il simbolo di quelle lotte, fu il “maggio francese”, con l’occupazione dell’università della Sorbona di Parigi. Anche l’Italia fu coinvolta dalle manifestazioni studentesche. Memorabili furono quelle della facoltà di Architettura Valle Giulia a Roma, in occasione della quale Pier Paolo Pasolini, ponendosi controcorrente rispetto alle interpretazioni più diffuse, si schierò con i poliziotti, proletari in divisa, in difesa dell’ordine costituito, contro gli studenti, contestatori del sistema ma anche spavaldi ed arroganti figli della borghesia capitolina.

Una lettura interessante che, in fondo, offre lo spunto per riflessioni meno conformistiche di quanto avvenne in quegli anni che, a differenza di quanto pensa il simpaticissimo Mario Capanna, non furono poi così tanto “formidabili”. Di certo fu un’epoca di fermenti e di grandi inquietudini che spalancò le porte, negli anni e nei decenni successivi, a enormi trasformazioni nel costume che toccarono molteplici aspetti del nostro vivere, dalla famiglia al mondo del lavoro, dalla scuola alla sfera religiosa.

A mezzo secolo di distanza fioriscono in questi mesi libri ed interviste che esaltano la carica progressista di quelle trasformazioni che hanno senza dubbio mutato la nostra società. Il giornalista Marcello Veneziani prova a darci una lettura un po’ diversa di quell’anno e di quanto avvenne in seguito. Lo spiega in un agile e divertente libro, “68 tesi contro il 68” (edizione Il Giornale), una sorta di dizionario, per lo più controcorrente, su quello che accadde in quella stagione, anche alla luce delle sue ricadute nei decenni successivi in ambito etico, sociale e culturale.

Tesi di fondo dell’autore è che il ’68 non fu altro che la ribellione dei figli della borghesia contro il modello dei loro padri. Un modello che andava semplicemente svecchiato e che venne invece gettato via totalmente, anche nelle sue parti migliori, spazzando via, o quanto meno indebolendo in maniera forse irreversibile, i pilastri che avevano retto sino ad allora retto le fondamenta della società. Da quella tempesta uscirono distrutti la patria, la famiglia, la religione, il lavoro, l’autorità, il merito sostituiti da un’informe utopia individualista nel segno di una libertà che si prefigurava senza freni e senza confini.

A partire da quel momento, la nostra società si è sempre più impregnata di un soggettivismo esasperato, dove tutto deve muoversi secondo i propri desiderata, senza regole oggettive che facciano da argine. Temi a dir poco controversi, che per lo meno andrebbero trattati con cautela, come l’aborto, l’eutanasia o la liberalizzazione delle droghe leggere, sono ormai considerati indubitabili simboli di progresso e di civiltà. Viene persino messa in discussione la procreazione tra uomo e donna, come naturale modalità per avere dei figli. Emerge un confuso permissivismo, in cui esistono solo diritti da soddisfare e mai doveri da compiere. Un disorientamento etico, e persino antropologico, esaltato da una pseudo cultura radical-laicista, inconsciamente congegnale al peggior materialismo capitalista basato sulla potenza del denaro. Il fatto è che non si è ancora ben compreso che i valori tradizionali, quelli tanto detestati dall’ideologia sessantottina, seppur bisognosi di qualche aggiustamento, erano anche la sola possibile barriera contro il dilagare del capitalismo consumistico. Uno strapotere plutocratico che, oggi come allora, aveva il suo più forte ostacolo non già, come pensavano quei giovani imbevuti di ideologie rivoluzionarie, nel comunismo o nei miti dell’autogestione, ma proprio nella vecchia triade Dio, patria e famiglia.

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