“Fierrabras” come l’Opera dei Pupi

L’opera di Schubert per la prima volta sul palcoscenico del Teatro alla Scala.

Si dovette aspettare il 1897, anno del centenario della nascita di Schubert, perché Fierrabras vedesse l’onore delle scene. Seguirono sporadiche apparizioni fino alla ormai storica edizione viennese che Claudio Abbado diresse al Theater an der Wien nel 1988 e consegnò al disco in una edizione di riferimento, tentando di rilanciare, invero senza troppo seguito futuro, lo Schubert operista, che fra Sinfonie, pagine per pianoforte e sublimi cicli di Lieder, ebbe tempo di occuparsi, anche se con minor successo, di teatro musicale.

Nel 2014 l’opera è riapparsa a Salisburgo, da dove proviene l’allestimento di Peter Stein rimontato oggi alla Scala. Lanciare strali sullo spettacolo non serve, né credo si debba imputare a questo allestimento, forse volutamente ingenuo, i motivi per cui quest’opera eroico-romantica in tre atti di Schubert, sotto forma di singspiel, quindi con parti musicali alternate a dialoghi parlati, oggi appia intrinsecamente fragile, non in senso strettamente teatrale, ma per la caratterizzazione dei personaggi. Al libretto di Josef Kupelwieser non manca infatti una certa linearità e coerenza narrativa nel raccontare una vicenda che si dipana nel medioevo carolingio, al tempo delle guerre con i Mori, con un intreccio amoroso di una duplice coppia di innamorati che si fonde a fatti eroici e cavallereschi quali lo scontro fra Carlo Magno e il principe dei Mori Boland, per poi volgere al lieto fine con la conversione al cristianesimo di Boland e la riunione delle coppie formate da Emma, figlia di Carlo Magno, con Eginhard, cavaliere di umili origini della corte del re carolingio e dal paladino Roland con Florinda, figlia del principe saraceno e sorella di Fierrabras; quest’ultimo è a sua volta innamorato di Emma, ma alla fine pronto a sacrificarsi e a rinunciare all’amata. Vedendo l’opera, l’intreccio si dipana con chiarezza, fra momenti amorosi e scontri fra prodi cavalieri nei finali d’atto.

La musica regala momenti magnifici perché Schubert esalta i momenti lirici di puro incanto liederistico, alcuni sublimi, come la romanza del primo atto di Eginhard, con la melodia della serenata poi ripresa da Emma in duetto e il saluto alla patria di Eginhard che apre il secondo atto, il cui tema passa a Roland e al coro di Paladini. Cosa proprio non si riesce a cogliere in quest’opera fatta di pannelli scenici brevi, che impongono numerosi cambi di scena e di ambiente, è appunto la fisionomia caratteriale dei personaggi, che sembrano pupi siciliani privi di evoluzione psicologica, burattini di anima sentimentale cavalleresca da libro illustrato, prodi cavalieri pronti a difendere il proprio credo con spada e scudo in pugno, simili ad eroi da album di figurine. Sarà forse per questo che Peter Stein ha pensato, con la complicità della scene di Ferdinand Wögerbauer e i costumi di Anna Maria Heinreich, ad un mondo medievale naïf che sembra nascere da antiche incisioni, con i paladini cristiani in bianco e corazze argentee e i mori in nero, con scene in tela dipinta che riproducono ambienti moreschi, giardini, campagne e interni di torri fortificate.

Un mondo in simil cartapesta infantilmente fiabesco, tutto in bianco e nero, dove se qualche possibilità di dar anima caratteriale ai personaggi può essere ricercata, subito lo spettacolo e la sua non regia lo mortificano riducendo il tutto ad una romanticheria fumettistica. Nulla di grave per carità, anzi; la gradevolezza dello spettacolo fa pensare ad una rinascita del modo di fare spettacolo come lo si faceva nell’Ottocento, ma qui la rivisitazione si colora di tinte quasi ironiche e la regia sembra davvero non esserci.

Daniel Harding, che di Claudio Abbado fu pupillo ed ora è direttore di affermato prestigio internazionale, dirige la magnifica orchestra scaligera e il coro, istruito al meglio da Bruno Casoni, con composto equilibrio. Non esalta la vena liederistica dell’opera, che è forse la sua cifra più mirabile, né accende di ampiezza sinfonica i concertati donando loro lo spessore classico che farebbe supporre la ricchezza dell’orchestrazione. Tutto appare lineare e pulito ma, come avviene per lo spettacolo, senz’anima. Il cast vocale sembra quello di un ensemble da teatro tedesco, dove tutti sono validi e nessuno spicca. Il baritono Markus Werba, Roland, che è l’unico grande nome del cast, non ha neanche modo, visto il limitato respiro della parte, di emergere per l’artista di classe che sappiamo è. Il soprano Dorothea Röschmann è una Florinda sicura vocalmente, ma alla quale gioverebbe maggior vigoria d’accenti nel melologo del secondo atto e nella scena della torre del terzo.

Fra i tenori, che sono due, Peter Sonn si disimpegna con onore nei panni di Eginhard, soprattutto nei momenti più squisitamente lirici, come il citato assolo che apre il secondo atto, mentre Bernard Richter, come Fierrabras, è vocalmente un po’ esile seppur scenicamente più disinvolto degli altri. Il soprano Anett Fritsch, Emma, è un po’ acidula in acuto pur se elegante nel gesto. Una volta citata l’incisività un po’ ruvida del Carlo Magno di Tomasz Konieczny, la locandina si completa con Lauri Vasar, Boland, Marie-Claude Chappuis, Maragond, Gustavo Castillo, Brutamonte, Martin Piskorski, Ogier e Alla Samokhotova, Eine Jungfrau. Alla fine il pubblico applaude e saluta con successo la prima apparizione scaligera dell’ultimo titolo operistico di Schubert, in questi ultimi anni rinato a nuova vita su importanti palcoscenici.

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