Spagna: inizia l’era Sanchez

La Spagna cambia rotta. Dopo sette anni di governo del centro-destra con Mariano Rajoy al timone, è venuto il momento del socialista Pedro Sanchez che nei giorni scorsi è stato nominato nuovo premier da Felipe VI. Decisione obbligata dopo il voto di sfiducia che aveva affondato l’esecutivo guidato da Rajoy.

A dar fuoco alle polveri la sentenza sui finanziamenti illegali al Pp che ha scoperchiato una vasta rete di malaffare, con al centro il tesoriere del partito Luis Barcenas, e che vede implicata buona parte della sua classe dirigente, giungendo a lambire lo stesso Rajoy. Inevitabili le ripercussioni sulla tenuta del governo. Il Partito socialista ha infatti proposto una mozione di censura che in Spagna si accompagna alla sfiducia costruttiva, analoga a quella in uso in Germania, cosicché al momento del voto era già precostituita una nuova maggioranza alternativa e identificato un nuovo leader, pronto a subentrare a quello uscente. La mozione, oltre al suffragio socialista, ha ricevuto l’appoggio di Podemos e delle forze nazionaliste basche (Pnv e Bildu) e catalane (PdCat e Erc). Un esito inequivocabile: 180 voti a favore su 350 ed immediate dimissioni di Rajoy.

Sanchez in ventiquattro ore ha costituito il governo, un monocolore socialista, che si regge su appena 84 voti (quelli del Psoe) e potrà sopravvivere solo grazie all’astensione delle altre formazioni che hanno sostenuto la mozione di sfiducia. La nuova compagine, che allinea al ministero degli Esteri, l’ex presidente del Parlamento europeo, Josep Borrell, vede una netta preminenza femminile, in cui spiccano alla vicepresidenza Carmen Calvo, alla Giustizia, Dolore Delgado e all’Economia, Nadia Calvino.

Davvero arduo fare previsioni sulle prossime mosse di Sanchez. La sola cosa certa è che, dopo sette anni, si chiude l’era Rajoy. Due mandati – 2011 e 2016 – con qualche luce, come il ritorno ad una buona crescita economica e una significativa discesa della disoccupazione, e non poche ombre, come l’accentuarsi della precarietà lavorativa e soprattutto, il totale disimpegno politico rispetto al problema catalano. Rajoy ha sostanzialmente demandato alla magistratura la soluzione della sfida indipendentista, rinunciando a mettere sul tavolo qualsiasi proposta che potesse avviare un minimo dialogo. Per Sanchez una difficile eredità da gestire, anche se proprio dalle fila socialiste potrebbe aprirsi uno spiraglio verso qualche ipotesi federalista in grado di soddisfare i catalani.

Da quello che si comincia ad intravedere è probabile qualche sforzo verso una maggior equità sociale e una maggior attenzione verso i diritti civili e i temi ambientali. I margini di manovra, in ambito economico, paiono però alquanto ristretti, poiché Rajoy aveva appena varato la Legge finanziaria, fissando tutta un serie di impegni di bilancio che sarebbe complicato, e forse anche imprudente, rimettere in discussione. Il Psoe cercherà di capitalizzare al massimo, l’opportunità – impensabile sino a qualche settimana fa – di esser tornato a governare il Paese per preparare al meglio la prossima sfida elettorale. E’ infatti probabile che, entro un anno al massimo, si torni alle urne ed oggi i sondaggi paiono premiare i centristi di Ciudadanos e l’estrema sinistra di Podemos.

Per Sanchez, asceso al potere non in virtù di un pieno mandato popolare ma soltanto grazie ad una mozione di censura, un cammino tutto in salita. Eppure proprio le minime aspettative risposte in questo esecutivo potrebbero esser la chiave del suo successo.

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