La Scala rende omaggio a Franco Zeffirelli con la ripresa di “Aida”

Sempre bellissimo lo storico allestimento risalente al 1963 dell’opera di Verdi.

Sulla locandina di Aida di Verdi in scena al Teatro alla Scala è ben evidente in rosso la scritta “In occasione dei 95 anni di Franco Zeffrielli”. Le recite in cartellone sono sette e subito si registra un sold out da record. Sarà perché il titolo attrae, o forse più ancora perché si rinnova la preziosa occasione da rivedere lo storico allestimento che debuttò sulle scene scaligere nel 1963, regolarmente riproposto alla Scala dopo un adeguato restauro, provocando sempre nel pubblico un effetto emozionale innegabile. L’impianto scenografico di Lila De Nobili mantiene intatto il fascino pittorico d’altri tempi, evocando un Egitto visto con gli occhi del figurativismo degli archeologi dell’800, con costumi di fattura egizia che si mischiano ad abiti stile Secondo Impero (evidente è il riferimento agli anni in cui l’opera di Verdi nacque).

La magnificenza degli scenari dipinti e il gusto per l’illusionismo scenografico regala l’immagine oleografica di un bel vedere d’antan tratteggiato con colori pastello soffici e morbidi.  Forse la regia, che Franco Zeffirelli non può più curare e che viene affidata alla ripresa di Marco Gandini, ha perso in smalto e lascia i personaggi un po’ in balia di se stessi. Ma si sa che il celebre regista fiorentino spesso lavorava con personalità vocali ed artistiche sulle quali plasmava le sue regie in presa diretta. Eppure, ad ogni apertura di sipario, la bellezza di ciò che si vede sulla scena resta intatta ed è più che evidente che il pubblico apprezza il tutto, non curandosi delle riserve da sempre espresse dalla critica nei confronti di questo come di molti altri spettacoli di Zeffirelli. Come lui stesso scrive, nelle note a questa messa in scena presenti nel programma di sala, si assiste alla rievocazione storica della grandezza della terra degli antichi faraoni, “alla risurrezione di un mondo in una visione poetica, struggente, per gli effetti scenici, per il movimento delle masse, per le prospettive architettoniche dei fondali dipinti che rievocano in un’onirica visione i templi nilotici, per i costumi rutilanti di ori, per quella vertigine di emozioni cui aderivo pienamente”.

Il sovraffollamento scenico, immancabile in ogni suo spettacolo, come nel celebre trionfo, è qui gestito con quell’arte di colmare la scena mediante una bellezza figurativa che, nei quadri più intimi, diviene pura poesia, come nel notturno del terzo atto sulle rive del Nilo, fra palmizi e chiari di luna immersi in una rarefatta atmosfera esotica quasi pittorica. Ogni quadro dell’opera provoca stupore e meraviglia. Peccato solo che lunghi cambi di scena richiedano intervalli che spezzano il fluire del dramma, ma è innegabile che questa Aida resta fra gli spettacoli più belli firmati da Zeffirelli, capace di tramandare i valori di una cultura d’immagine ormai perduta e, forse, irrecuperabile.

Compattezza di resa sonora è garantita anche da Daniel Oren, che dirige, alla testa dell’Orchestra scaligera e di un Coro magnificamente istruito da Bruno Casoni, la sua solita Aida, robusta, concreta e vigorosa. È evidente che ha confidenzialità con questa partitura per averla diretta chissà quante volte, ma proprio per questo si desidererebbe una lettura espressivamente più motivata e meno appassionata, dove il lirismo, che Oren non fa mancare quando la partitura lo richiede, possa essere regolato da una maggior consapevolezza della tinta espressiva in funzione del momento drammaturgico, con una coerenza narrativa più rifinita e meno impulsiva.

Così ne patisce un po’ l’Aida liricissima e tendenzialmente sfumata di Krassimira Stoyanova, che ha una voce di polpa, timbro e accento poco verdiani, ma canta da vera prima della classe, riuscendo, soprattutto nel canto a mezzavoce, a ricordare come la vocalità della schiava etiope richieda pennellate delicate ed intime. Ma quando la scrittura vocale si fa più drammatica, la Stoyanova sembra giocare in difesa, o quanto meno rispondere alle esigenze della parte in virtù solo della musicalità e del saggio dosaggio dei propri mezzi, che non sembrerebbero appunto essere fra i più adatti a un ruolo come questo, a patto che non vi sia un direttore capace di assecondare il meglio della sua natura vocale, a favore di un’Aida a sfaccettature tutte liriche.

Anche Violeta Urmana, che di voce ne ha solitamente da vendere e che nel settore acuto riesce, pur con esiti alterni, a sfoggiare una certa vigoria e veemenza nella scena del giudizio, in altri momenti sembra che, a forza di insistere nel passaggio da ruoli di mezzosoprano e quelli di soprano e viceversa, abbia perso di consistenza nei gravi, facendo venir meno quella polpa sonora attenuatasi, anche nei centri. Il tenore Fabio Sartori, Radames, inizia in sordina, con un “Celeste Aida” piuttosto generico, ma man mano che la serata avanza prende quota, sia nella scena del Nilo, nel duetto con Aida e, sempre al suo fianco, in quello del finale dell’opera, dove riesce anche a trovare quel gioco di sfumature che qua e là si fanno sentire nel contesto di un rendimento vocale apparso piuttosto stinto ed irrigidito. George Gagnidze è un Amonasro nell’insieme accettabile, così come Vitalij Kowaljow, Ramfis, ha voce di basso ampia e sonora, ma è un po’ distratto e incerto nella dizione. Chiudono la locandina degli interpreti il Re di Carlo Colombara, Una sacerdotessa di Enkeleda Kamani e Un messaggero di Riccardo Della Sciucca.

Intanto la Scala presenta una nuova stagione 2018-2019 che più ricca non si può e riserva, nei mesi di giugno e luglio a venire, che ci separano dalla pausa estiva di agosto, appuntamenti di grande interesse: prima con il raro Fierrabras di Schubert, poi con Fidelio di Beethoven e infine con Il Pirata di Bellini.

Credit photo: Brescia & Amisano – Teatro alla Scala.

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