Mattarella garante della Costituzione, dinanzi alla sfida di Lega e M5S

Questa non è una crisi di governo ma di sistema. Una crepa aperta dall’insipienza e dall’irresponsabilità di chi, in pieno contrasto con le regole costituzionali, ha immaginato di poter forzare la mano al Presidente della Repubblica. Ben note erano le riserve che Sergio Mattarella aveva, non certo nei confronti della persona di Paolo Savona, stimato economista in ogni consesso, ma riguardo alle ripercussioni che avrebbero potuto esservi con la sua nomina a ministro dell’Economia, tenendo a mente la sua netta linea anti-euro. Una linea sposata da Lega e M5S e in realtà mai seriamente dibattuta in campagna elettorale. Una linea pericolosa poiché, oltre a danneggiare la nostra economia, rischierebbe di mettere addirittura a repentaglio – dato il peso dell’Italia, Paese fondatore dell’Unione – lo stesso processo di integrazione europea.

Presentendo il clima che si stava creando, il Capo dello Stato si era spinto a ricordare, in più occasioni, che la Costituzione assegna al Presidente del Consiglio la facoltà di proporre i nomi dei ministri e al Presidente della Repubblica la prerogativa di accogliere, o meno, questa proposta. Questo dice la Carta costituzionale che mai può essere piegata a qualsiasi convenienza di parte.

Quello che stupisce è che, in questo stallo, pare esser venuto meno il ruolo autonomo del premier incaricato Giuseppe Conte. Egli infatti, dinanzi alle prevedibili perplessità del Quirinale, non ha saputo o potuto, proporre qualche soluzione alternativa per superare l’impasse, giungendo invece a rinunciare all’incarico ricevuto pochi giorni fa. Evidente che la decisione di andare fino in fondo, anche a costo di calpestare le competenze presidenziali, è stata presa al di fuori delle sedi istituzionali ed è frutto di una deliberata scelta del leader leghista, Matteo Salvini, e di quello pentastellato, Luigi Di Maio. La plateale conferma che Conte era, in buona sostanza, soltanto l’esecutore di un contratto e non l’autentico artefice delle sue scelte politiche.

Adesso che il tentativo del giurista è fallito, viene rivolta al Quirinale l’accusa di aver calpestato il voto popolare e violato i principi democratici. Accuse prive di fondamento che non sembrano prendere in considerazione la disponibilità mostrata dal Capo dello Stato in questi oltre due mesi e mezzo intercorsi dalle elezioni, nell’accondiscendere a qualsiasi possibile soluzione venisse prospettata dalle diverse forze politiche. Accuse del tutto assurde, in quanto non colgono il senso delle regole costituzionali, dei pesi e contrappesi che tutelano e proteggono la nostra democrazia.

Mettere in discussione le prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica è qualcosa che rischia di aprire una crisi di sistema e ci auguriamo che nelle prossime ore, magari grazie a qualche ulteriore momento di riflessione, molti giudizi affrettati vengano ricondotti ad una più consona normalità.

Sergio Mattarella si è visto nella necessità di dover difendere quelle prerogative presidenziali alla base del suo ruolo di garanzia istituzionale e che, pertanto, trasmetterà intatte ai propri futuri successori. Totale gratitudine dunque al Capo dello Stato per la piena fedeltà alla Costituzione: la sola cosa che realmente conti.

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