Reddito di inclusione, di dignità, di cittadinanza: facciamo un po’ di chiarezza

Da qualche mese è in vigore il Reddito di inclusione (sussidio mensile che da 180 euro, per una persona sola, a 540 euro, per famiglie numerose, in presenza di un reddito Isee non superiore a 6mila euro), primo strumento universale contro la povertà in Italia. In campagna elettorale vi sono poi state molteplici proposte per coprire, in modo più esteso del Rei, l’area della povertà, che oggi assomma a circa 4 milioni di persone.

La proposta più nota è quella del M5S, con il cosiddetto reddito di cittadinanza per chi si trova sotto la soglia di 780 euro mensili (60 per cento del reddito medio Ue), colmando il divario tra il reddito percepito e la soglia, considerata il minimo per una sopravvivenza dignitosa. Il tutto accompagnato da un obbligatorio percorso di reinserimento sociale e lavorativo. Un impianto simile al Rei, adottato dal centro-sinistra, dal quale si discosta solo per una più vasta platea degli aventi diritto (circa 9 milioni di persone) e per le più ingenti cifre erogate. Il problema sono però le risorse. Il Rei costa circa 2-3 miliardi annui, la misura del M5S vale 16 miliardi: somma non compatibile con i nostri equilibri di bilancio. In pratica per la sua realizzazione ci sono due possibilità: sforare i tetti di spesa, scassando però i conti pubblici, oppure più saggiamente, ridurre la portata del progetto. Non a caso, anche dagli ambienti pentastellati pare filtrare l’idea di accrescere la platea del Rei, però al sotto dei 9 milioni dello schema iniziale, riducendo le erogazioni rispetto ai 780 euro previsti in prima battuta. Qualcosa che potrebbe costare sui 6 miliardi annui: non poco, ma già più digeribile per i nostri delicati equilibri finanziari.

Anche il centro-destra ha fatto una sua proposta contro la povertà, denominata reddito di dignità, con un sostegno modellato sull’imposta negativa sul reddito, a suo tempo immaginata dall’economista americano Milton Friedman. In pratica, chi è sotto una certa soglia non solo verrà esentato dal pagamento delle imposte ma riceverà dallo Stato una somma necessaria per conseguire il livello del reddito di dignità, stabilito in 1.000 euro mensili, modulabili in base al numero di figli a carico. Stime della Voce.info ritengono però che costerebbe circa 29 miliardi di euro: cifra addirittura superiore alla proposta del M5S.

Va comunque notato che, in realtà, nessuna delle diverse soluzioni sul tappeto si rifà al famoso, e sin troppo declamato, reddito di cittadinanza che è altra cosa rispetto alle misure sin qui enumerate. Queste infatti innalzano i redditi al di sotto di una certa soglia per portarli sino al livello prestabilito, ma si tratta, in ogni caso di interventi selettivi, sottoposti alla cosiddetta prova dei mezzi. Per beneficiarne occorre cioè disporre di precisi requisiti, mentre il reddito di cittadinanza parte dal presupposto che tutti, in quanto cittadini, ricchi o poveri che siano, debbano ricevere un sussidio incondizionato senza alcuna verifica delle condizioni economiche o della possibilità di svolgere un lavoro.

Evidente il carattere universale di questa misura con una netta matrice assistenziale e, certamente, costi insostenibili per qualsiasi sistema economico. Questo per fermarsi solo alle ricadute finanziarie, poiché tale dispositivo è ancora meno convincente sotto il profilo etico, in quanto lancia il messaggio di un reddito ottenuto senza lavorare. Anziché un valore da tutelare e promuovere, il lavoro viene relegato a scarto di una società fondata sull’assistenza. Un’utopia che, non a caso, a parte nelle elaborazioni teoriche di qualche studioso, non ha mai trovato una seria applicazione.

Unico caso che si avvicina a questo modello è dato dall’Alaska, dove il governo ha investito le massicce entrate delle concessioni petrolifere in un fondo, i cui profitti vengono poi suddivisi tra tutti i cittadini residenti da almeno due anni, con importi annui tra 1000 e 2000 dollari pro-capite. Un sussidio che non sostituisce il normale reddito da lavoro ma lo integra, e che forse va considerato quasi alla stregua di un premio per chi vive in una delle aree climaticamente più inospitali del pianeta, per evitarne un possibile spopolamento. Un caso quindi limite, che risente delle peculiarità di una situazione eccezionale.

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