La legge dell’ingovernabilità

A due mesi dalle elezioni politiche, non c’è traccia di un Governo in carica o perlomeno all’orizzonte. Nonostante mandati esplorativi e tentativi vari, non c’è accordo fra le forze politiche, e la pessima legge elettorale con cui siamo andati al voto ha ulteriormente contribuito a peggiorare la situazione, anche se alcuni sostengono che il problema si sarebbe presentato a prescindere. Sarà, ma l’attuale legge elettorale, l’ennesima che avrebbe dovuto garantire l’apparentemente inconciliabile binomio “rappresentatività” e “governabilità” ha miseramente fallito, non consentendo né l’una né l’altra. Perché la verità è che, al di là delle solite frasi retoriche su democrazia e rappresentanza, le ultime leggi elettorali sono state pensate in realtà solo per difendere interessi di bottega, a volte sbagliando anche clamorosamente i calcoli, come nel caso attuale di questa legge fortemente voluta dalle forze politiche che poi hanno perso.

Il problema parte da lontano, quando si decide di dare un’impronta maggioritaria a un Paese che era e rimane geneticamente proporzionale, per dirla in modo semplificato. Una questione che potrebbe essere risolta – sempre semplificando – solo con un doppio turno alla francese, dove al primo turno puoi dare il tuo voto di rappresentanza, mentre al secondo sei virtualmente “costretto” ad apparentarti coi tuoi consimili – o meno dissimili – per evitare l’irrilevanza e al contempo garantire l’auspicata governabilità su una linea comune che tenga conto delle varie sensibilità presenti in coalizione. Ora invece abbiamo il Rosatellum, entrato in vigore nel 2017, complicato miscuglio di proporzionale e maggioritario a collegi uninominali, che ha portato all’attuale risultato di stallo a due mesi dalle elezioni.

Ora, da un lato non c’è dubbio che le elezioni dello scorso 4 marzo abbiano segnato un punto di svolta nella politica italiana, con l’ascesa irresistibile dei Cinquestelle, la crescita della Lega che ha sorpassato Forza Italia nell’ambito della destra e, soprattutto, il crollo del Partito Democratico, trascinato dal suo segretario Matteo Renzi alle percentuali più basse della sua storia. Dall’altro lato però, questo non dovrebbe impedire di mettere in piedi un Governo. Ma finora le forze politiche non sono riuscite a farlo, naturalmente accusandosi reciprocamente per i vari tentativi andati a vuoto. E invocando a ogni piè sospinto la necessità di rispettare la “volontà popolare”.

Varrebbe la pena ricordare che, se davvero avessero voluto tenere conto della “volontà popolare”, la prima cosa da fare sarebbe stata quella di dare la possibilità di esprimere una o due preferenze, anziché propinarci delle liste bloccate di candidati decisi dalle segreterie di partito o, nei casi migliori, da ballottaggi interni. Ma non è questo il punto. Quello che va rimarcato sono due cose: la prima, che in una democrazia rappresentativa parlamentare quale è quella italiana, il “popolo” elegge un Parlamento, ed è poi quest’ultimo che, a sua volta, deve esprimere un esecutivo: le storture mediatiche e i protagonismi degli ultimi periodi hanno spesso dato l’impressione che quando si va a votare si elegga direttamente il Governo, ma non è così.

La seconda cosa è che la volontà popolare si è appunto espressa alle ultime elezioni, con il seguente risultato: prima formazione politica, M5S con oltre il 32% dei consensi sia alla Camera che al Senato; a seguire, Partito Democratico con 18,72% alla Camera e 19,12% al Senato; quindi la Lega, rispettivamente col 17,37 e il 17,62%; ancora dietro Forza Italia, con 14,01 e 14,42%; e poi tutti gli altri, con percentuali nettamente inferiori, a partire dal 4% di Fratelli d’Italia. Questo è quello che hanno detto gli italiani: Cinquestelle di gran lunga primi nel gradimento dell’elettorato, PD secondo nonostante il crollo determinato da politiche invise al proprio elettorato di riferimento e non solo, dalla fallimentare condotta strategica del proprio gruppo dirigente, e dalla incredibile dose di antipatia accumulata in pochi mesi dal proprio Segretario Renzi, grazie alla sua supponenza e arroganza incontenibili.

Dunque, secondo gli italiani queste sono le due forze politiche più rappresentative, e non ci sarebbe nulla di inconcepibile se decidessero di formare assieme un Governo di coalizione, di scopo, tecnico o come diavolo volete chiamarlo. Invece, l’attuale legge elettorale – voluta soprattutto dal PD, ma appoggiata anche dalla Destra, in funzione anti Cinquestelle – premia le “coalizioni”. E siccome la Destra è molto più brava a mettersi in coalizione del Centro-sinistra, della Sinistra (eternamente frammentata) e del M5S, che proprio di coalizione non vuol sentir parlare, ecco che tecnicamente le elezioni le hanno vinte coloro che singolarmente sono arrivati solo terzi, quarti e quinti (rispettivamente Lega, FI e FdI). Anche perché, grazie ai meccanismi dei collegi uninominali, pur con percentuali relative inferiori hanno conquistato più seggi del PD, al Senato sia con FI che con la Lega, alla Camera solo con la Lega. E complimenti agli “strateghi” del PD.

Tuttavia, anche se la coalizione di Destra risulta complessivamente maggioritaria, non ha i numeri per governare da sola. E i Cinquestelle si sono detti disponibili a un esecutivo con la Lega, purché molli l’antico, ovvero Berlusconi. Ma la Lega non vuole, perché millanta fedeltà alla coalizione. Strano, visto che invece nel 2013 Berlusconi non si era fatto scrupolo di tranciare l’alleanza con la Lega per sostenere il Governo Letta. Resta da capire se i leghisti sono più leali di Berlusconi, o se semplicemente non possono fare a meno di lui per ragioni che sfuggono all’opinione pubblica. Resta il fatto che, sfumata la possibilità di alleanza con la Lega, che sarebbe stata legittimata dalla crescita percentuale delle due formazioni, il M5S ha naturalmente rivolto lo sguardo sull’altro versante, per cercare convergenze a Sinistra.

Per il PD, uscito con le ossa rotte dalle elezioni, poteva essere una manna dal cielo: la possibilità di sostenere come componente minoritaria un esecutivo Cinquestelle, appoggiando solo i provvedimenti che spostavano l’ago della bilancia “a sinistra”, recuperando anche un po’ di consenso fra il proprio elettorato e i ceti popolari. E invece no. Dimostrando ancora una volta il suo acume spuntato e la sua lungimiranza miope, il dispettoso Renzi ha detto “NO”, facendo la parte offesa fin da quando ha subìto la cocente sconfitta elettorale che può in larga parte attribuire a sé stesso. E su questo suo “NO” vale la pena fare alcune considerazioni finali. L’uomo che ha sempre criticato quelli che secondo lui “dicono di NO a tutto”, ora dice di no all’occasione di rimettere in gioco il partito che ha semidistrutto (beh, del resto lui è “il Rottamatore”, e continua a rottamare …). Ma attenzione, non lo fa in un congresso o in una riunione di segreteria, bensì in Tv, anteponendo il fattore mediatico alla discussione programmatica, come sempre. Ma, soprattutto, lo fa da “Signor Nessuno”, uno dei tanti, o meglio non tanti, Senatori PD.

Dopo aver dato le dimissioni da Primo ministro a seguito della sconfitta al referendum costituzionale, dopo aver dato le dimissioni da Segretario a seguito della rovinosa debacle elettorale, ufficialmente il Senatore Renzi non ha particolare voce in capitolo all’interno del PD. Ma evidentemente ritiene di avere ancora in pugno il partito, vista l’abbondanza di fedelissimi sia nelle gerarchie interne che in Parlamento. E probabilmente ha ragione. Sarà interessante vedere se il Partito Democratico, come sempre diviso e lacerato, saprà trovare una strategia per riemergere, o continuerà a farsi trascinare a fondo dal suo ex (?) Segretario.

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