Ungheria: stravince il nazionalismo

Come era nelle previsioni della vigilia, le recenti elezioni ungherese hanno visto la netta vittoria della destra nazional-conservatrice. Viktor Orban, il suo leader, viene confermato nella carica di primo ministro per la terza volta, mentre il suo partito, Fidesz conquista quasi il 50 per cento dei voti. Molto più indietro, col 20 per cento, troviamo l’altra formazione di destra, Jobbik, capitanata da Gabor Vona, da tempo in rotta con l’oltranzismo di Orban. Buon ultima la sinistra che, con i socialdemocratici del Mszp di Gyula Molnar, ottiene il 12 per cento dei suffragi. Tempi grami davvero, in tutta Europa, per le forze riformiste che però anche in Ungheria hanno commesso il solito inveterato errore di presentarsi alle urne divise. Gli ecologisti hanno infatti voluto correre da soli, così come i centristi liberali, rinunciando a costituire, tutti insieme, un ampio cartello delle opposizioni in grado di fornire un’adeguata massa d’urto rispetto all’onda, non certo inaspettata, dell’estrema destra. Una destra nazionalista che, qui come altrove, non conosce ostacoli nella conquista del potere con tutto quello che comporta. In particolare aggiungendo ostacoli al percorso di integrazione europea.

Per Orban si tratta di un vero trionfo, che gli permette di ottenere ben 134 dei 199 seggi in palio nel Parlamento magiaro, raggiungendo la soglia dei due terzi con cui modificare la Costituzione in senso autoritario. Non è infatti un mistero che il premier intenda instaurare a Budapest un regime che si potrebbe definire di “democrazia illiberale”, in cui si vota ogni cinque anni ma mancano poi idonei pesi e contrappesi tra i diversi poteri (controllo parlamentare, magistratura indipendente, ecc..). Un modello caro a gente come Vladimir Putin o Recep Erdogan, cui manifestamente guarda il leader magiaro premier magiaro, nella prospettiva, invero un po’ fuori dal tempo, di restaurare un’Ungheria bianca e cristiana. E in quest’ottica, via libera, senza ulteriori indugi, alla costruzione del famoso muro al confine con la Croazia per bloccare qualsiasi possibile flusso di immigrati. Va peraltro detto che la linea di Orban ha notevole seguito tra gli elettori che hanno anche premiato un governo capace di ridurre la disoccupazione e rimettere in marcia l’economia.

L’Ungheria svolta quindi decisamente a destra, verso un sovranismo antieuropeo che rischia di allontanare Budapest dal processo di integrazione del continente, mentre vedremo ancor più rafforzarsi il famoso patto di Visegrad che unisce ungheresi, polacchi, cechi e slovacchi, in una prospettiva nazionalista in netto contrasto con quell’apertura inscritta nell’appartenenza stessa all’Unione.

Il voto degli elettori è sempre da rispettare, qualsiasi esso sia, ma è chiaro che sarà comunque il caso, da parte dell’Unione, di riflettere sulla necessaria correlazione che deve sempre sussistere tra accesso ai fondi di coesione sociale e impegno nella costruzione europeista. Non è infatti pensabile che un Paese pretenda di ottenere solo i vantaggi dell’esser membro dell’Ue senza sopportarne gli oneri. Se Orban deciderà di continuare con la sua politica ultranazionalista, è bene sappia che dovrà contare su una minor generosità europea in fatto di risorse versate al suo Paese.

Finanziare la propria crescita con i fondi europei e poi sparare a zero sulle istituzioni comuni è inaccettabile e non può più essere tollerato. Intanto, nei prossimi giorni, il Parlamento europeo, e in particolare la commissione Libertà civili, discuterà una risoluzione contro la violazione dei principi fondamentali del Trattato comunitario. Il giusto segnale al momento giusto.

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