Russia: vittoria di Putin, presidente fino al 2024

Putin succede a Putin: nessuna sorpresa nelle elezioni presidenziali russe. Il presidente in carica ottiene il 74 per cento dei voti, staccando nettamente tutti i concorrenti, il più prossimo dei quali, il miliardario comunista Pavel Grudinin raggiunge l’11 per cento. Al terzo posto, con un risultato inferiore alle attese, il nazionalista Vladimir Zhirinovsky con il 6 per cento.

Una percentuale, dunque, quella di Vladimir Putin, giunto al quarto mandato, che non lascia adito a dubbi, eppure dal Cremlino trapela una certa delusione perché l’affluenza alle urne è stata minore del previsto, toccando il 63 per cento. Il che significa che il vincitore non consegue la maggioranza assoluta degli elettori che era il suo principale obiettivo per tacitare, con un consenso oceanico, tutti gli oppositori. In realtà, le cifre emerse dalle urne restano, di per sé, alquanto lusinghiere per Putin e non inficiano in alcun modo l’esito finale, ma il fatto è che il presidente in carica non soltanto puntava alla rielezione, ma voleva il plebiscito. E questo, in termini assoluti, non c’è stato.

A ben vedere, proprio questa ossessiva ricerca di un voto plebiscitario dà l’idea che quella russa sia ancora un democrazia incompiuta, perché sotto traccia emerge una mai sopita ricerca di forzata unanimità che non raramente si consegue in una prova elettorale. Tanto per capirci, negli Stati Uniti l’astensionismo tocca anche il 50 per cento dei cittadini e il presidente entra alla Casa Bianca con suffragi ben inferiori al 70 per cento putiniano, eppure – giustamente – nessuno si sogna di mettere in dubbio la legittimità dell’eletto. La democrazia non è infatti unicamente assimilabile ad una tornata elettorale ogni cinque anni con in mezzo il vuoto. E’ qualcosa di più ed è, in particolare, una serie di pesi e contrappesi rispetto al potere presidenziale.

Di questo sistema di garanzie fanno parte un Parlamento, in grado di controllare efficacemente la condotta del governo; una magistratura indipendente e non subordinata al potere esecutivo; una stampa libera e pluralista capace di informare adeguatamente i cittadini. Solo così la popolazione da massa informe di elettori, che gettano semplicemente una scheda nell’urna alla scadenza del mandato presidenziale, si trasforma in opinione pubblica conscia del proprio ruolo. Tutte cose assolutamente consolidate in America e in Europa, indipendentemente da chi si installi in via temporanea al potere, mentre non lo sono affatto in Russia, Paese non certo avvezzo ad un assetto pienamente liberal-democratico ma ancora strutturato secondo i vecchi canoni autocratici. Un tempo quelli comunisti, oggi quelli di un orgoglioso nazional-populismo. Una logica assai più simile a quella autoritaria della Turchia che non alle normali democrazie europee.

Non a caso, in questi anni, la carta nazionalista è stata ampiamente giocata da Putin. Esempio più eclatante l’annessione unilaterale della Crimea. L’Ucraina è stata spogliata ingiustamente di una terra che era sotto la sua sovranità e solo un vero referendum sotto l’egida dell’Onu potrebbe legittimamente sancire un diverso assetto per la regione contesa. Ecco perché, pur operando in vista di una sempre più ampia collaborazione con la Russia, l’Unione europea e gli Stati Uniti fanno bene a continuare a tenere Mosca sotto la pressione delle sanzioni.

Evidente che Putin, adesso in sella sino al 2024, punta a restituire alla Russia un ruolo globale e molteplici dunque saranno i terreni di confronto con l’Occidente. Ce ne abbastanza perché l’Europa prosegua, quanto prima, il proprio cammino di integrazione politica ed economica, altrimenti in un mondo di superpotenze c’è poco da illudersi: i singoli Stati del vecchi continente non conteranno nulla.

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