Il ritorno del Celeste Impero

 

Mentre la piccola Italia, ripiegata sulle sue paure e sui suoi problemi, viveva una tornata elettorale dai risultati spiazzanti e sicuramente non privi di conseguenze, ma limitatamente al nostro Paese, altrove un gigante attuava una svolta epocale, potenzialmente di portata mondiale.

A Pechino, il Congresso Nazionale del Popolo cinese ha approvato, a larghissima maggioranza (2958 favorevoli, due contrari, tre astenuti) una riforma costituzionale che toglie il limite dei due mandati quinquennali per la carica di Presidente. Grazie a questa modifica, l’attuale leader Xi Jinping potrà virtualmente restare in carica a vita, al pari di Mao Zedong, il “Grande Timoniere” della Rivoluzione.

Il limite dei due mandati era stato introdotto nel 1982 da Deng Xiaoping per evitare che tale posizione di elevato potere potesse essere appannaggio di un solo uomo, con i relativi rischi di deriva ideologica e autoritaria. Ora questo limite è stato cancellato e Xi potrà decidere autonomamente se e quando ritirarsi. Considerando anche la quantità di cariche che accentra nelle sue mani, si può tranquillamente affermare che il suo ruolo sia ora paragonabile a quello degli imperatori del Celeste Impero o, in tempi più recenti, a quello di Mao. Con una differenza non da poco: oggi Xi “regna” sulla nazione più popolosa del mondo, in vertiginosa ascesa sotto ogni aspetto – industriale, finanziario, scientifico, strategico e militare – e inserita a pieno titolo nel contesto globale, ben diversa dal Paese che fino a pochi decenni fa viveva rinchiuso all’interno della Grande Muraglia, isolato e arretrato, con un’economia basata ancora prevalentemente sull’agricoltura e su un’industria priva di valore aggiunto tecnologico.

Oggi la Cina è la seconda potenza mondiale assoluta, la prima dal punto di vista commerciale, e il suo potenziale è enorme, basta guardare alla crescita esponenziale del numero dei laureati, che già oggi sono otto milioni all’anno, ma destinati ad aumentare grazie agli ingenti investimenti nel campo dell’istruzione. Ma la Cina investe moltissimo anche in ricerca, energie rinnovabili, mobilità elettrica, biotecnologie e ogni altro settore tecnologicamente avanzato. E in campo militare, naturalmente. Pechino non fa nulla per nascondere le proprie mire espansioniste, come le rivendicazioni avanzate sulle isole Senkaku, motivo di numerosi attriti col Giappone, che le amministra da quando è venuta meno l’occupazione  statunitense.

Un’avanzata globale che è la realizzazione plastica del “Sogno Cinese”, espressione coniata dallo stesso Xi Jinping e che è diventata lo slogan della sua era politica, ma che solo in apparenza ricalca quella del “sogno americano” made in Usa, incentrato sull’autorealizzazione dell’individuo. Qui il significato sembra più vicino a un sentimento fortemente nazionalistico, come testimonia il fatto che la locuzione venga sempre affiancata dalla frase “la grande resurrezione della Nazione Cinese”. È l’inizio della rinascita del Celeste Impero? Potrebbe darsi. Di sicuro, Xi Jinping ha fatto in modo di avere tutto il tempo necessario per portare avanti i propri progetti, qualunque essi siano.

 

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