Sviluppo sostenibile

In fase di campagna elettorale, tutti gli attori politici sulla scena promettono di consolidare e incrementare lo sviluppo che sembra timidamente riaffacciarsi dopo dieci anni di crisi economico-finanziaria. Le ricette sono ovviamente diverse, a seconda degli schieramenti e delle ideologie in campo, ma sempre più spesso si sente affiancare alla parola d’ordine “sviluppo” l’aggettivo “sostenibile”, ormai entrato nel lessico comune insieme al sostantivo corrispondente, “sostenibilità”, termine sovente usato (e a volte abusato) nell’ambito politico ed economico.

Il problema è che troppo spesso tali termini restano sospesi a livello di annunci e buoni propositi, mentre nella pratica non assistiamo ad azioni coerentemente improntate ai principi della sostenibilità, anzi non è infrequente notare che nell’agire quotidiano le cose vanno in senso diametralmente opposto. Per quanto riguarda le imprese, si tratta di un problema di strategia comunicativa che a volte contempla semplicemente un uso improprio del termine, ma che in taluni casi configura una pratica deleteria che viene indicata con la locuzione anglofona greenwashing, letteralmente “lavaggio verde”, una sorta di riverniciata etica ed ecologica volta a dissimulare politiche aziendali aggressive sia sotto l’aspetto ambientale che sociale. Anche in politica assistiamo a qualcosa di simile, in particolare quando operazioni di dubbia utilità pubblica vengono etichettate come attività di “riqualificazione” o “valorizzazione”, mentre nella stragrande maggioranza dei casi prevedono semplicemente l’ennesima infrastrutturazione e cementificazione del territorio.

Il fatto che l’aggettivo “sostenibile” sia ormai utilizzato in modo largamente improprio è dimostrato anche dalla leggerezza con cui viene associato ai sostantivi più svariati, senza che vi sia reale attinenza. Pratica facilitata dalla conoscenza in genere piuttosto superficiale della nozione di “sostenibilità” da parte dell’opinione pubblica. Vale la pena, quindi, provare a delineare almeno per sommi capi le definizioni e i principi guida delle pratiche sostenibili, vista la centralità che esse sono destinate ad assumere, oggi e ancor più nel prossimo futuro, nel nostro agire quotidiano e sui nostri stili di vita.

La nozione di sostenibilità si declina in tre componenti – ambientale, sociale ed economica – e risale alla fine del XVIII secolo, quando, in pieno sviluppo da rivoluzione industriale, inizia a intravedersi il problema della scarsità delle risorse. È Thomas Malthus che, con una lungimiranza straordinaria, nel 1798 comincia a porsi degli interrogativi su una prospettiva di crescita infinita in un mondo di risorse finite, giungendo alla conclusione – nel suo Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società – che la crescita demografica era destinata a incidere negativamente sullo sviluppo economico e conseguentemente sulla qualità della vita. Ecco dunque affacciarsi l’idea di garantire un accesso equo alle risorse, approccio di natura eminentemente sociale volto a tutelare la generazione presente, ma anche quelle future. Una lezione che pare essere stata totalmente dimenticata con l’avvento, nell’ultimo quarto del secolo scorso, del Neoliberismo, nuovamente impegnato a teorizzare una crescita infinita, salvo scontrarsi con la realtà di ripetute e ricorrenti crisi economiche e sociali, tuttora in corso.

L’aspetto ambientale compare parecchio tempo dopo, quando negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso inizia a delinearsi la nozione di “ecologia” e, contestualmente, appaiono evidenti gli impatti del modello economico e industriale sulle risorse planetarie, in particolare sulla biosfera, la sottile porzione del globo formata dall’insieme degli ecosistemi. Tale presa di coscienza porta alla stesura, nel 1972, della “Dichiarazione di Stoccolma” – in seguito a una Conferenza Onu tenutasi appunto nella capitale svedese –  che enuncia una serie di principi,  a partire dall’articolo 1 che recita: “L’uomo ha un diritto fondamentale alla libertà, all’uguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti […] egli ha il dovere solenne di proteggere e migliorare l’ambiente a favore delle generazioni future”. Ancora una volta, compare la necessità inderogabile di tutelare gli interessi della generazione presente, ma anche di quelle future, evitando di intaccare in modo irreparabile le risorse del pianeta, cosa che purtroppo invece continuiamo a fare, addirittura implementando, anziché ridurle, le pratiche deleterie che portano inesorabilmente a un progressivo degrado della biosfera. Il problema è la violazione del principio cardine della sostenibilità ambientale, ovvero quello di sfruttare le risorse a un ritmo non superiore a quello delle rispettive capacità rigenerative, definito plasticamente dall’esempio di “non tagliare il bosco più in fretta di quanto ricresca”. In quest’ottica, va da sé che andrebbe evitato, o comunque adottato in misura residuale, l’utilizzo di risorse non rinnovabili, come sono le fonti fossili, createsi a seguito di processi chimici, fisici e geologici non replicabili, perlomeno non su una scala temporale a dimensione umana. Ovvero, l’esatto contrario di ciò che stiamo facendo, con la nostra economia ancora largamente basata sul petrolio e relativi derivati.

Infine, l’aspetto economico della nozione di sostenibilità viene comunemente associato al cosiddetto “Rapporto Bruntland” del 1987, un documento ufficialmente denominato Our Common Future, frutto ancora una volta dell’attività dell’ONU, in particolare della Commissione Ambiente e Sviluppo. In esso si definisce che “Per sviluppo sostenibile si intende uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri.” Purtroppo, gli attuali ritmi di sfruttamento delle risorse, il persistere di un paradigma economico basato su crescita e consumo e, non ultimo, i nostri stessi stili di vita, vanno esattamente all’opposto. Tanto da non mettere a rischio solamente i bisogni delle generazioni future, ma anche quelli delle generazioni attuali, cioè i nostri. Un sviluppo veramente sostenibile deve tener conto dei tre aspetti –ambientale, sociale, economico – nel loro insieme, evitando di privilegiare solo qualcuno di essi. Ma attualmente il nostro modello di “sviluppo” non sembra in grado di garantire la sostenibilità tanto auspicata a parole.

Già oggi sono ben visibili le conseguenze di politiche e pratiche economiche dissennate, in termini di cambiamenti climatici, perdita della biodiversità, desertificazione, impoverimento globale, imponenti fenomeni migratori causati da un’iniqua distribuzione delle risorse. L’approccio politico appare miope e di corto respiro, con la sottovalutazione dei problemi o con l’indicazione di soluzioni semplicistiche, inadeguate a problemi complessi, che richiederebbero strategie strutturate. Le ragioni elettorali finiscono per dirottare lo sguardo sul breve periodo e i provvedimenti adottati si concentrano sugli effetti delle varie problematiche, trascurando l’individuazione delle cause e la loro risoluzione. Una mancanza di visione alla quale la politica attuale purtroppo ci ha abituati. Resta da vedere se i cittadini riusciranno invece a prendere pienamente coscienza dei problemi cruciali che ci attanagliano, impostando di conseguenza le proprie scelte quotidiane in maniera consapevole e, con il proprio agire, influenzare attivamente i decisori politici ed economici, piuttosto che lasciarsi influenzare passivamente in quanto elettori e consumatori.

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