La tregua olimpica e il pericolo coreano

Ai XXIII Giochi olimpici invernali che si sono aperti a Pyeongchang in Corea del Sud papa Francesco  ha dedicato un intenso passaggio nella sua udienza generale del mercoledì, invocando la “tradizionale tregua olimpica” con il pensiero rivolto sopratutto alle prospettive di superamento delle tensioni fra le due Coree.

Nel contempo in Siria, dove ormai americani, russi e cinesi si scontrano senza quasi più paraventi, si inaspriva la mattanza. I bombardamenti di Assad, con anche vittime civili, sui centri ancora infestati di terroristi mandati dalla nostra coalizione occidentale a distruggere lo stato siriano e pagati coi soldi di alcune petro-monarchie del Golfo Persico; gli incredibili bombardamenti americani, le cui forze armate sono presenti in Siria in palese violazione della legalità internazionale, sull’esercito siriano impegnato a debellare le ultime sacche di resistenza di quel che fu il sedicente stato islamico.
Se si vuole fare un esercizio di memoria per comprendere quanto certe èlites che continuano ad avere molta voce in capitolo nel governo dell’Occidente, abbiano a cuore la tregua olimpica, si può ricordare che nel 2014 proprio in concomitanza dei Giochi invernali di Sochi fu compiuto il colpo di stato ordito dagli Stati Uniti con la complicità polacca e la “benedizione” tedesca, a Kiev che gettò l’Ucraina nel caos e riportò la guerra sul continente europeo. Un politico dallo spessore di Enrico Letta fu trattato come un marziano,e di lì a poco tradito da un compagno di partito smanioso di soffiargli il posto, perché aveva osato partecipare da capo del governo italiano alla cerimonia di inaugurazione di quell’olimpiade in segno di dialogo e per stemperare le tensioni.

Quanto alle prospettive di dialogo nella penisola coreana, cercate con rinnovato impegno dalle due Coree che sentono possibile, e forse vicina, un’unificazione attesa da settant’anni, esse sono ben celate da una cortina fumogena che i media occidentali hanno alzato non solo sul dittatore nord coreano Kim Jong-un, ma più subdolamente anche sul nuovo presidente sudcoreano Moon Jae-in, del Partito Democratico Unito, convinto pacifista e attivista per i diritti umani, che nel maggio scorso ha stravinto le elezioni sull’obiettivo di avviare il disgelo con la Corea del Nord. Del primo ci viene offerta un’immagine caricaturale che il presidente americano Trump usa con scaltrezza per sviare l’attenzione dai propri problemi interni. Del secondo, il leader progressista doc di Seul -stranamente ignorato dalla sinistra nostrana – ci è dato il trattamento più duro che possa ricevere un politico: il silenzio. Perché l’opinione pubblica occidentale non deve realizzare che il popolo sudcoreano teme molto più le ingerenze straniere, che le intemperanze, atomiche, del regime nordcoreano. Sembra quasi che per tutti gli attori interessati agli equilibri dell’estremo oriente il reale pericolo coreano sia costituito più da una prospettiva di riunificazione fra le due Coree, piuttosto che dal maldestro programma nucleare del pirotecnico regime di Pyongyang.

Basti pensare che la Corea del Sud, con un territorio che è esattamente un terzo di quello italiano, ha una popolazione di 50 milioni di abitanti e un’economia fra le più dinamiche e innovative del mondo. Chi di noi non ha in tasca, in casa o in garage un prodotto della Corea del Sud? E cosa potrebbe divenire dal punto di vista economico una Corea unita? Il “pericolo” riunificazione fa tremare i piani alti del potere economico molto più del pericolo del nucleare della Corea del Nord.

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