Una Norma che tesse i fili del proprio destino

L’opera di Bellini al Teatro Carlo Felice di Genova con una sorprendente Mariella Devia.

Domenica 28 gennaio 2018, per Norma di Vincenzo Bellini, il Teatro Carlo Felice è stracolmo di pubblico. Si è giunti da ogni dove per l’ennesima consacrazione di una cantante che ha superato tutti gli immaginabili record, ascrivibili sia agli anni di carriera che all’integrità di uno strumento vocale che non sembra minimamente intaccato dal tempo. Mariella Devia, nei panni di Norma, ad onta di caratteristiche vocali non proprio ideali per la parte, è già entrata nella storia dell’interpretazione. Lo si era capito da quando la debuttò, in età già matura, al Teatro Comunale di Bologna nel 2013, per poi riprenderlo in altri importanti teatri, sempre lasciando il segno di una saggezza interpretativa che supera le caratteristiche di una vocalità non certo drammatica, o almeno non del tutto confacente a quell’accento che nel canto declamato sappia donare, per spessore vocale, fraseggio alto e incisivo e per forza di recitazione ieratica il senso di tragicità che Norma possiede.

Ma la Devia è una grande, anzi una grandissima cantante e avvicina la parte trasfigurandola, non in un lirismo fine a se stesso, come sarebbe facile pensare, carico di inutili leziosità che facciano apparire la sua Norma al pari di una Giulietta, una Amina o una Elvira, tanto per rimanere in ambito belliniano e per rifarsi a parti che sono stati approdi vincenti del suo percorso belcantistico, bensì mira alla pulizia di un suono liquido e madreperlaceo, che nel controllo perfetto di un legato di lunare astrazione modella un’effusività melodica assorta nella contemplazione interiore, secondo principi estetici e tecniche di un antico plasticismo canoro rispettoso dei valori classici. Ecco perché, tutto sommato, poco importa che l’ira e l’aggressività vendicativa di Norma nell’esternazione dei suoi furori non assumano i connotati attesi. Cosa conta è ammirare quel canto terso, quieto, eppure profondo per significati espressivi nascenti dal perfetto controllo dell’emissione che fa del suo “Casta diva” e del finale momenti da antologia.

Ed è proprio nel finale dell’opera, quando ormai, come scrisse Ildebrando Pizzetti, “il dramma è superato, quando ogni realtà terrena e materiale non ha più peso che possa trattenerla e impedirle il volo” che la melodia belliniana si svela, in “Deh! Non volerli vittime”, in tutta la sua nudità, quale purificante pianto senza singulti, quasi un momento di abbandono liberatorio. Qui la Devia non solo supera se stessa per la miracolosa condizione vocale, ma insegna come, attraverso la voce, si possa cogliere l’essenza tragica delle melodia belliniana avvolgendola in un’aulica sublimità.

Al suo fianco c’è un cast di tutto rispetto, che mette in bella evidenza l’Adalgisa volitiva e vibrante ma stilisticamente controllata della bravissima Annalisa Stroppa, che nei duetti con la Devia regala pure lei momenti di autentico belcanto, così come il Pollione sonoro e timbrato di Stefan Pop, ad onta di qualche nota un po’ spinta, si conferma cantante di valore. Assai interessante e ben impostata la voce del basso Riccardo Fassi, ma forse troppo giovane per donare al personaggio di Oroveso la compostezza sacerdotale richiesta. Completano più che degnamente il cast Manuel Pierattelli, Flavio e Elena Traversi, Clotilde. La direzione di Andrea Battistoni, alla testa di un’Ochestra del Carlo Felice in buona forma e di un Coro ben istruito da Franco Sebastiani, trova il giusto equilibrio fra impeti romantici e un lirismo di impronta neoclassica che viene colto attraverso fraseggi orchestrali commisurati alle caratteristiche degli interpreti, confermando di prova in prova, per questo direttore, una maturità di percorso qualitativo in crescendo.

Resta da riferire dello spettacolo, che nasce come rielaborazione di un allestimento che la regia di Luigi Di Gangi e Ugo Giacomazzi, della compagnia Teatrialchemici, con scene di Federica Parolini e costumi di Daniela Cernigliaro, realizzarono l’estate scorsa en plein air per la stagione dello Sferisterio di Macerata. L’idea dello spettacolo prende forma ed ispirazione dall’opera dell’artista sarda Maria Lai, mirando a creare l’immagine di una sacerdotessa-tessitrice dei fili del proprio destino e del suo desiderio di annullarsi dal mondo e dalle leggi sociali e religiose delle quali lei stessa è detentrice. Ecco perché il palcoscenico, adornato da trame di reti e ragnatele, diviene man mano l’intreccio che porta la protagonista al progressivo annullamento di se stessa in una foresta fatta di corde e stracci che sono espressione visiva di riti stratificati nel tempo, dai quali man mano si libera. Una visione ancestrale, talvolta anche un po’ criptica di delineare il catartico sacrificio finale di Norma nel suo continuo conflitto fra sentimento e ragione, tra amore per il nemico e dovere verso il proprio popolo e padre. Successo finale oceanico, per un pomeriggio di musica belliniana da ricordare.

Foto di Marcello Orselli.

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