Uguali e liberi, ma anche fratelli?

Questo non vuole essere un articolo sul senso che potrebbe avere una nuova formazione politica della sinistra italiana, denominata all’incirca come il titolo dell’articolo, con una concessione grafica al genere (liberi/e). Questa non vuole neanche essere una riflessione sul fatto che sia stato più o meno opportuno inserire, nel simbolo elettorale, il cognome del presidente del Senato, poche settimane prima che la legislatura finisse. Qui non vogliamo nemmeno discutere se ci sia uno spazio politico alla sinistra del PD, che ormai – almeno secondo chi scrive- non è più un partito di centrosinistra, ma solo più di centro (destra?). Inutile sarebbe anche, sempre qui, tornare a discutere sulla ricorrente capacità di dividersi e frantumarsi del centro – sinistra nazionale, in modo, così, da vanificare elettoralmente le sue potenzialità governative.

Si vorrebbe, invece, in via teorica, ragionare se i due aggettivi sopra indicati (uguali e liberi/e), inseriti in un progetto politico, siano sufficienti, o meno, a garantire ad un popolo una prospettiva di convivenza e di sviluppo civile.

L’uguaglianza (in una certa epoca termine spesso sinonimo di democrazia) e la libertà sono due delle gambe del processo di modernizzazione del mondo occidentale che, per consuetudine e semplicità, si suole far partire della Rivoluzione Francese del 1789, pur con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni.

Il desiderio di uguaglianza era (ed è) legittimo, in società dove le divisioni in ordini, ceti, caste, classi,… possono pregiudicare i diritti e le possibilità di crescita dei singoli individui, ma il suo raggiungimento pur positivo, non è abbastanza. La storia è, infatti, piena di società composte da uomini (e donne) “ugualmente” poveri, sfruttati, vittime, schiavi, ecc.

Meglio sarebbe, perciò, se questi/e fossero anche liberi. Intorno al concetto di libertà, è cresciuta una riflessione molto utile a completare quella sull’eguaglianza: si è partiti dalle libertà “di” (pensiero, aggregarsi, manifestare, riunirsi …), per andare alle libertà “da” (povertà, ignoranza, bisogni,…), per arrivare alle libertà “per”, cioè alla capacità di utilizzare le proprie libertà anche a vantaggio degli altri (per la solidarietà, per la mutualità, per l’estensione dei diritti, ecc.).

Ma arrivare ad utilizzare la propria libertà a vantaggio altrui non è un passaggio né automatico, né scontato. In sostanza, non basta essere uguali e liberi (cioè ugualmente liberi, ma ugualmente poveri ed ignoranti, ad esempio,…), se ci manca la terza gamba della Rivoluzione Francese, la più dimenticata, la fraternità: cioè, se non ci riscopriamo fratelli, libertà ed uguaglianza non sono sufficienti per un mondo migliore.

Per parecchio tempo, questo terzo aspetto è stato molto trascurato, lo ritroviamo, potentemente e solennemente citato, solo un paio di secoli dopo, nel primo articolo della “Dichiarazione universale dei diritti dell’ Uomo (e della Donna, n.d.r.)”, alla base della fondazione dell’ Onu, nel 1948 (anche se la traduzione italiana preferì usare il termine “fratellanza”): “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

Perciò, solo se ci scopriamo fratelli, ci possiamo attivare perché la nostra uguaglianza e le nostre libertà personali diventino collettive e condivise: potremmo così essere uguali, cioè senza condizioni privilegiate di partenza nella corsa della vita (come ricordava Bobbio); liberi, perché l’uguaglianza non ci omologhi in un mondo fatto di persone ugualmente schiave; ma, soprattutto, fratelli (e sorelle) per essere reciprocamente solidali e di mutuale aiuto.

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