Thyssen, dieci anni dopo

Dieci anni ci separano dal tragico rogo delle acciaierie Thyssen-Krupp di Torino. Fu nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 che scoppiò l’incendio nello stabilimento torinese della multinazionale tedesca, dove si producevano enormi nastri di acciaio. Una fuga di olio dai macchinari della linea 5, un’improvvisa scintilla e il divampare delle fiamme. Ben sette i morti, oltre ad un ferito grave. Stroncate le vite di Angelo Laurino, Rocco Marzo, Antonio Schiavone, Roberto Scola, Bruno Santino, Giuseppe Demasi e Rosario Rodinò. Uno stillicidio di morti, in poche manciate di ore, dopo il ricovero in ospedale in condizioni disperate. Una tragedia del lavoro, come poche altre in Italia, provocata da inadeguate condizioni produttive, dalla colpevole incuria nell’apprestare idonee misure di sicurezza.

La sede Thyssen di Torino stava per essere dismessa ed allora si cessò di investire sulla sicurezza dei lavoratori. Tremendo esempio della mercificazione del lavoro, di una distorta scala di valori che pone l’uomo al servizio del profitto. Il risultato fu una strage che costò la vita a sette persone.

Il processo fu rapidamente avviato dall’allora p.m. Raffaele Guariniello, uno dei massimi esperti nel campo della prevenzione, che impostò la causa qualificando l’accaduto come omicidio con dolo eventuale. Una prima in assoluto poiché gli infortuni mortali sul lavoro sono sempre considerati sotto il profilo della colpa, poiché nessuno, ragionevolmente, può volere la morte dei propri lavoratori. Qui invece venne messa in evidenza l’irresponsabilità dei vertici aziendali che, nell’imminenza della chiusura del sito, reputarono inutile stanziare nuove risorse per mantenere intatti i livelli di sicurezza, ponendo così a repentaglio la vita delle persone. Non che, intendiamoci, i vertici Thyssen volessero la morte di qualcuno, ma accettarono comunque il rischio di produrre l’acciaio in condizioni non adeguate di sicurezza ed è in questo calcolo, rivelatosi purtroppo fallace, si situa l’aspetto della dolosità.

Eppure nonostante cinque gradi di giudizio, il principale imputato, l’amministratore delegato Harald Espenhahn, di nazionalità tedesca, chiamato a scontare la pena in Germania, non è ancora entrato in carcere. Un’impunità che stride.

Di certo quello che non potrà mai essere restituito sono le vite dei sette operai uccisi nel rogo. A dieci anni di distanza, c’è da chiedersi quanto abbia realmente insegnato questa tragedia al mondo del lavoro. Gli indici infortunistici, dopo qualche anno di calo, sono tornati a crescere, non appena la ripresa economica ha dato il via ad un maggior numero di ore lavorate. La sicurezza è ancora considerata in molti settori, quasi un optional, su cui si può lesinare, specie in tempi di crisi come quelli attuali. Le grandi aziende hanno effettuato notevoli investimenti sui livelli di sicurezza, ma l’Italia è il Paese delle piccole imprese, realtà dove spesso mancano le risorse per agire con efficacia sul quel fronte. E questo per non parlare del lavoro nero, intere sacche della nostra economia fondate sullo sfruttamento che non significa solo bassi salari e nessun contributo, ma anche condizioni lavorative ad alto rischio infortuni.

All’attivo, in questi anni, si può registrare il nuovo Testo unico sulla salute e sicurezza (decreto 81/2008) e una maggior attenzione agli aspetti formativi. Sul piano dei controlli pubblici, i soli che diano realmente corpo all’apparato sanzionatorio, permane una preoccupante carenza. Con la fiscalità non si è saputo impostare dei meccanismi virtuosi, idonei a favorire gli investimenti sulla sicurezza. Sul versante della legalità, troppo poco si è fatto per contrastare il lavoro nero, area fisiologicamente a rischio riguardo all’infortunistica.

C’è poi da considerare – su un piano ancor più generale – come le leggi del profitto, ormai uniche ed incontrastate variabili indipendenti da qualsiasi congiuntura, sovrastino il rispetto della salute e della sicurezza delle persone. E fintanto che la dignità umana sarà posta in subordine alle esigenze produttive le cose non miglioreranno affatto.

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