Festival Donizetti Opera 2017

Il borgomastro di Saardam di Donizetti e il dittico Che originali! di Mayr e Pigmalione di Donizetti al Teatro Sociale di Bergamo.

IL BORGOMASTRO DI SAARDAM di Gaetano Donizetti.

Il borgomastro di Saardam – foto di Gianfranco Rota.

Per conoscere il vastissimo catalogo operistico di Gaetano Donizetti ci vorrebbe una vita intera. Per chi è deputato, come lo è il Festival Donizetti Opera, a farne apprezzare anno dopo anno le opere più sconosciute, o più ancora a riscoprirne le perle nascoste, il lavoro è tanto, in continuo divenire grazie al sostegno della Fondazione Donizetti e al suo prezioso lavoro di ricerca, che dalla disamina delle fonti passa successivamente alla pratica esecutiva grazie alle oculate scelte della direzione artistica del Festival, che fa capo a Francesco Micheli. È più che ovvio che riportate sulla scena opere dimenticate non sempre sveli capolavori ritrovati, bensì partiture che contribuiscano a meglio conoscere la personalità compositiva di Donizetti nell’evolversi del suo stile.

Il borgomastro di Saardam – foto di Gianfranco Rota.

Nel caso de Il borgomastro di Saardam, proposto nel bel Teatro Sociale ad apertura di Festival, la curiosità era molta perché di quest’opera, eseguita per la prima volta al Teatro del Fondo di Napoli nel 1827, in un periodo che vide il compositore bergamasco sfornare opere a getto continuo, si sapeva ben poco. L’opera fu poi ripresa alla Scala di Milano nella stagione di carnevale del 1828. Non ebbe un gran successo, ma fu per questa occasione ampiamente rielaborata dall’autore con l’eliminazione dei versi in dialetto napoletano utilizzati secondo la nostrana tradizione partenopea legata all’opera buffa di tradizione settecentesca. Nel passaggio fra le due versioni, la prima donna diviene pupilla del Borgomatro anziché la figlia, ma la sostanza del plot non muta e rivela quanto la figura di Pietro il Grande, zar di Russia, che già aveva ispirato Donizetti per la composizione dell’opera Il falegname di Livonia, ossia Pietro il Grande, destasse nella cultura dell’Ottocento molto interesse. La volontà di modernizzare il suo Paese e di costruire una nuova capitale a San Pietroburgo, così da affacciarsi all’Occidente per far uscire il popolo russo dalla visione di un secolare oscurantismo rurale che ne aveva esiliato l’immagine, fecero storia, divenendo modello politico da ammirare.

Il borgomastro di Saardam – foto di Gianfranco Rota.

Scegliere quest’opera per inaugurare il Festival Donizetti è stato anche un modo per celebrare il bicentenario della scomparsa dell’architetto Giacomo Quarenghi, che dalle natie terre bergamasche si trasferì in Russia al servizio di Caterina II; i suoi palazzi neoclassici fecero ancor più bella San Pietroburgo, a coronamento di un sogno che Pietro il Grande iniziò con intenti visionari ed insieme concreti. Quella “nuova” Russia cominciò a venir ammirata dalla cultura europea, così come ebbero larga eco diversi racconti in parte storicamente fondati sulla figura dello zar Pietro che, in incognito, venne in Europa per formarsi; nello specifico del libretto di Domenico Gilardoni, tratto dalla fonte letteraria francese Le bourgmestre de Sardam, ou Les deux Pierre di Mélesville, Boirie e Merle, soggiornò nell’industrioso sobborgo di Zaandam, per carpire i segreti industriali necessari alla modernizzazione del proprio Paese. Li arrivò e, dopo aver lavorato nei locali cantieri navali col nome di Pietro Mikailoff, finì per svelare la sua identità e ritornare in Russia per domare una rivolta interna, non prima, però, di aver perdonato – in questo caso secondo la variante voluta dall’intreccio amoroso presente nella fonte del libretto – il fuggiasco disertore Flimann, pure lui russo, garantendogli il rango che gli permettesse di unirsi in matrimonio a Marietta, così da vincere le ritrosie del Borgomastro della città ad acconsentire alle nozze della sua pupilla con un uomo di umile rango.

Il borgomastro di Saardam – foto di Gianfranco Rota.

Il tutto nell’opera di Donizetti viene condito in salsa comica, secondo i moduli compositivi di un melodramma giocoso attraverso il quale l’autore si sforza di affrancarsi da un rossinismo di maniera, evidente sempre, quando addirittura non esplicito nel finale del primo atto, così come nella stretta del duetto fra i due innamorati, che richiama, anzi quasi cita il duetto fra Corinna e il Cavaliere Belfiore del Viaggio a Reims. Ma ci sono altri momenti che destano interesse. A partire dall’elaborata struttura dei cori (ottimo il contributo del Coro Donizetti Opera), fino alla convenzionale ma efficace cavatina buffa d’ingresso del borgomastro e al terzetto del primo atto fra Flimann, Lo Czar e il Borgomastro. Nel secondo, oltre al suddetto duetto fra gli innamorati, c’è la bella aria, pure assai difficile, dello zar, ed il pirotecnico rondò finale per la primadonna. Insomma, a ben sentire, nulla di nuovo sotto il sole, ma all’ascoltatore attento non sfuggirà il tentativo che l’allora giovane Donizetti faceva nel contenere l’evidente influenza rossiniana, spesso mettendoci del genio suo.

Il borgomastro di Saardam – foto di Gianfranco Rota.

Lo spettacolo visto a Bergamo è firmato da Davide Ferrario, alla sua prima regia d’opera dopo tanto cinema, coadiuvato dalle scene di Francesca Bocca e dai costumi (assai curati) di Giada Masi. Strutture lignee che richiamano profili di navi in costruzione nelle officine navali di Saardam, velari sopra i quali vengono proiettati quadretti paesaggistici e immagini architettoniche di Quarenghi e poi filmati con i personaggi stessi dell’opera, o con spezzoni di famose pellicole del cinema degli anni Venti (come Ivan il terribile di Ejzenstein), formano l’impianto visivo all’interno del quale la regia anima la scena con fluida e forse anche un po’ scontata scorrevolezza, come se il tutto prendesse vita da un’idea di passato che rinasce dallo scorrere dei fotogrammi di un vecchio film, senza mai cadere nel trabocchetto della farsa, ma utilizzando al meglio la carta della commedia giocosa, caricandola di suggestioni richiamanti l’iconografia di una Russia evocata nelle sue diverse epoche storiche, che si specchiano l’una nell’altra, con rimandi anche al Novecento, sempre nel segno di una idealistica idea di riscatto e rinascita che renda il popolo capace di uscire dalla miseria e dall’oscurantismo.

Il borgomastro di Saardam – foto di Gianfranco Rota.

Il cast vocale è di buon livello. Certo Andrea Concetti, Wambett, Borgomastro di Saardam, non ha il carisma scenico dell’autentico buffo e ne accentua il lato farsesco, mentre dovrebbe essere capace, nel sillabato, di illuminare la parola scavandone ogni sillaba con i giusti accenti; per di più appare vocalmente un po’ stanco. Al suo fianco le cose funzionano assai meglio. Si ammira infatti Giorgio Caoduro, che ha pieno possesso della scena nel delineare uno zar giovanile e dinamico, con voce di baritono lirico assai ben impostata, sicura nel canto di coloratura, in bella evidenza nella sua grande aria del secondo atto per la netta incisività d’accento prestata alla cabaletta, ma anche per il controllo della linea nella più distesa sezione centrale.

Il borgomastro di Saardam – foto di Gianfranco Rota.

Il tenore di Juan Francisco Gatell, come Pietro Flimann, ha voce piccola ma si apprezza per il fine garbo espressivo in linea con l’elegante freschezza della caratterizzazione scenica, così come Irina Dubrovskaya, Marietta, soprano di coloratura russo un po’ algida nell’espressione ma sempre linda e pulita nell’emissione, ha un’ottava sopracuta che brilla per luminosa lucentezza. Il generale Leforte, fido confidente dello zar, trova nel basso-baritono Pietro Di Bianco una caratterizzazione scenica da manuale e una voce che appare timbrata pur nelle poche frasi che la parte gli destina, così come validi sono gli altri ruoli di contorno: Aya Wakizono, Carlotta, Pasquale Scircoli, Ali Mahmed e Alessandro Ravasio, Un uffiziale. Dal podio della Orchestra Donizetti Opera Roberto Rizzi Brignoli dirige con un bel controllo del palcoscenico, ma non ha quella necessaria fantasia negli accompagnamenti e la frizzante leggerezza che ci si aspetterebbe nel dar brio giocoso autenticamente sentito alla partitura, pur nella sostanziale correttezza di una esecuzione premiata da applausi giustamente festosi, che hanno salutato il ritorno sulle scene di un’opera che in tempi moderni si era sentita una sola volta, nel 1973 in Olanda, con Renato Capecchi nei panni del Borgomastro.

CHE ORIGINALI! di Giovanni Simone Mayr e PAGMALIONE di Gaetano Donizetti.

Che originali! – foto di Gianfranco Rota.

Le sorprese del Festival Donizetti Opera 2017 non finiscono qui. La serata successiva, sempre al Teatro Sociale, nella bellissima Bergamo alta, va in scena il dittico formato dalla farsa in musica Che originali! di Giovanni Simone Mayr e dalla scena drammatica Pigmalione di Gaetano Donizetti. Il maestro e l’allievo vengono così avvicinati l’uno all’altro, il primo con uno dei suoi più grandi successi veneziani, del 1798; il secondo con una breve composizione che rappresenta la prima prova di un giovanissimo Donizetti, composta nel 1816 ma mai rappresentata in vita, il cui soggetto mitologico è un unicum nel suo catalogo operistico. L’opera di Mayr, con il felicissimo libretto di Gaetano Rossi, offre l’ennesima satira del teatro musicale dell’epoca, con i suoi luoghi comuni, le sue maschere e i personaggi chiusi nelle loro fissazioni e sindromi, come quella del capofamiglia Don Febeo, convinto di essere quello che non è, ossia un grande musicista. Tiranneggia tutti con le sue manie musicali, compresi i servi Biscroma e Celestina, tentando di trasformare forzatamente pure le figliole in musiciste per far sì che sposino mariti talentuosi; non vede la realtà e si affida alle sue false convinzioni, isolato in un narcisismo fintamente artistico.

Che originali! – foto di Gianfranco Rota.

La figlia Rosina diventa ipocondriaca, la seconda, Aristea, si rifugia nella ossessiva lettura dei versi di Metastasio, mentre il pretendente di quest’ultima, Don Carolino, fa di tutto per conquistare il cuore della sua bella presentandosi travestito a casa di Don Febeo, che gli ha rifiutato la mano della figlia perché ritenuto sprovvisto delle necessarie doti musicale, prima come copista e poi come maestro di cappella. Alla fine, ovviamente, tutto volge al lieto fine dopo i colpi di scena che si succedono convenzionalmente come è prassi in questo genere di opera, dove anche la musica non esce dai canoni di una solida scuola di far opera buffa, che Mayr ben conosceva e sfruttò al meglio. Ma la vera sorpresa di questa ripresa non è da individuare tanto nella riscoperta dell’opera in sé, quanto nella geniale idea con cui il giovane regista Roberto Catalano costruisce uno spettacolo che, con scene di Emanuele Sinisi e costumi di Ilaria Ariemme, riesce a collegarsi idealmente al successivo lavoro di Donizetti.

Che originali! – foto di Gianfranco Rota.

La soluzione è individuata nella linea che demarca la separazione fra l’insano narcisismo nevrotico di Don Febeo, uomo capace di guardare solo dentro se stesso e di considerare le capacità artistiche che non ha ma crede di possedere, rendendo perciò impossibile la vita di che gli sta accanto, e la volontà di isolamento di chi, come Pagmalione, ha rinunciato alle donne e all’umana passione, alla ricerca del bello ideale individuato non in natura bensì nelle perfette linee femminili di una statua da lui stesso scolpita. Tale separazione, nello spettacolo, si trova creando una spazio domestico contemporaneo dove si sviluppa l’opera di Mayr. La stanza ha una parete con affissa l’opera Concetto spaziale. Attesa di Lucio Fontana. Dietro i tagli impressi come ferite su questa famosa tela si scoprirà uno specchio che nasconde un’altra stanza: quella di Pigmalione che osserva, nel suo voluto isolamento, la vita che passa, spiando Don Febeo e i personaggi costretti a subire le conseguenze del suo millantato talento. La voluta vicinanza fra le due vicende è condotta con grande abilità dal regista, senza forzature ma con finissima arte di concatenazione concettuale. Nell’opera di Mayr, poi, il gioco scenico voluto dal giovane regista crea personaggi, o sarebbe meglio dire maschere caratteriali vere, ben individuate e teatralmente travolgenti. Gli sono complici tutti i cantanti, attori formidabili e dinamicissimi.

Che originali! – foto di Gianfranco Rota.

Giganteggia il Don Febeo di Bruno De Simone, inimitabile istrione in un ruolo di buffo come questo, dove l’articolazione della parola nei recitativi e la maestria nell’espressione hanno oggi pochi eguali. Valido anche Omar Montanari come Biscroma, anche lui rifinito nella dizione sempre chiara e pulito nell’emissione, e spiritosissimo Leonardo Cortellazzi nei panni di Don Carolino, pretendente alla mano di Donna Aristea, la bravissima Chiara Amarù, di bel rilievo belcantistico. Perfettamente calate nei personaggi, anche se vocalmente un briciolo meno convincenti, Angela Nisi, Donna Rosina e Gioia Crepaldi, Celestina. Infine Pietro Di Bianco, che si cala nei panni del piccolo ruolo di Carluccio e ne fa un cameo, con un filo di spiritoso e divertito compiacimento, anche quando intona, come aria di baule, l’aria “Se vuol ballare” da Le nozze di Figaro mozartiane, confermandosi attore provetto ma anche voce la cui evoluzione è da seguire con interesse.

Pigmalione – foto di Gianfranco Rota.

Protagonista assoluto di Pigmalione, insieme al pur breve ma efficace intervento della Galatea di Aya Wakizono, è il tenore Antonino Siragusa. La voce, che è divenuta ancor più sonora di un tempo, inonda la sala e sa anche, all’occorrenza, trovare la morbidezza talvolta sacrificata in nome di una tenorilità sempre mirabile ma qua e là esibita più che stilisticamente rifinita come vorrebbe una pagina di grande impegno espressivo come questo primo lavoro del giovanissimo Donizetti.
Della direzione di Gianluca Capuano, alla testa dell’Orchestra della Accademia Teatro alla Scala, si ammirano l’eleganza, la fluidità narrativa lieve e l’arguzia ironica necessarie per l’opera di Mayr, così come lo sperimentalismo strutturale che Donizetti adopera nella sua scena drammatica su libretto di Antonio Simeone Sografi, al quale la bacchetta di Capuano dona un respiro che segue con nitidezza il fluire di forme che oscillano dalla declamazione alla melodia accompagnata.

Anche per questo dittico il successo è stato pari all’interesse della proposta.

Pigmalione – foto di Gianfranco Rota.

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