I cattolici e le prossime elezioni: comparse o protagonisti?

Anziché rinfocolare i piagnistei sull’irrilevanza politica e progettuale dei cattolici, l’attuale fase che vede il Paese andare verso le elezioni politiche, suggerisce piuttosto di impegnarsi nella ricerca dei punti qualificanti sui quali i cattolici democratici possono far sentire la loro voce. Una voce che sarà tanto più significativa, se sarà capace di reale autonomia e non risulterà, come purtroppo è successo nel passato anche recente, appiattita sulla retorica propagandistica di correnti, partiti, schieramenti o comitati referendari.

Riaffermare la centralità del lavoro ridando alla politica la gestione delle politiche monetarie e di bilancio

Il principale banco di prova è costituito dal tema del lavoro. La recente Settimana Sociale di Cagliari ha visto crescere la consapevolezza tra i cattolici italiani del fatto che accanto ad una lettura assiologica, tutt’altro che priva di effetti concreti in un tempo contrassegnato da un profondo disconoscimento del valore del lavoro, sia necessaria anche una traduzione pratica che vada ad affrontare le cause della mancanza e della svalutazione del lavoro. Il che significa porre come prioritaria la revisione profonda delle attuali politiche economiche, monetarie, fiscali e di bilancio che appaiono troppo orientate alla tutela dei grandi interessi finanziari anziché a creare lavoro e sviluppo ed a ridurre le disuguaglianze. Per questo è di vitale importanza per l’economia e la democrazia che ogni singolo credente, ogni parrocchia, ogni associazione faccia proprie e rilanci le proposte maturate a Cagliari nella prospettiva di ridare centralità al lavoro, al posto dell’idolo della stabilità monetaria. Va chiesto con fermezza che la definizione di un grande piano straordinario di investimenti per il lavoro che contempli la realizzazione di infrastrutture piccole e grandi, la messa in sicurezza degli edifici dai rischi sismico e idrogeologico, la rapida ricostruzione delle zone terremotate, ottenga un riconoscimento nelle politiche di bilancio, oltre i vincoli dell’austerità che frena la ripresa. E siccome le politiche economiche degli stati dipendono ormai dalle decisioni di politica monetaria prese a Francoforte, risulta cruciale la proposta di inserimento nello Statuto della Banca Centrale europea del parametro dell’occupazione accanto a quello del controllo dell’inflazione.

In questa prospettiva, inoltre, si può aiutare le persone ad orientarsi di fronte al bombardamento mediatico quotidiano inneggiante alla ripresa. Come si fa a parlare di uscita dalla crisi in un contesto che vede stagnanti i dati sui consumi, sull’occupazione, sui salari? Ed anche le stime (Istat), pur incoraggianti, di un aumento del pil dell’1,5% in Italia per il 2017, unite a quelle (Bce) per l’Eurozona del + 2,2% a ben vedere testimoniano la persistenza di una forte deflazione, se solo si considera che in condizioni normali il rapporto tra la quantità enorme di liquidità creata dalla Bce e la crescita dovrebbe essere di almeno tre volte superiore. Ma fino a quando non si riattiva la domanda interna attraverso le leve delle politiche salariali, fiscali e di welfare, la ripresa rimarrà una chimera imprigionata dalla deflazione da debito, vera e propria peste dell’economia, che fa sì che gran parte della ricchezza creata si dissipi nei meandri della speculazione finanziaria anziché venire utilizzata per risolvere i problemi dei cittadini e per il bene comune.

Trovare le risorse per un welfare a misura di persona con le risorse recuperate dalla gestione statale del debito pubblico

Una seconda grande sfida per i cattolici in vista delle prossime elezioni non può che riguardare la sensibilizzazione dell’opinione pubblica intorno all’importanza strategica delle politiche di welfare e la riduzione delle disuguaglianze. L’introduzione del reddito di inclusione come misura strutturale per la lotta alla povertà costituisce senz’altro una positiva novità attuata dal governo sulla base di una mobilitazione e di un progetto provenienti da una ampia schiera di enti ed associazioni raccolti nell’Alleanza contro la povertà, ed un passo concreto verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile indicati dall’Onu entro il 2030.

Per la prossima legislatura serve un piano complessivo di rilancio del welfare che affronti grandi urgenze come: la povertà sanitaria che riguarda un quinto della popolazione che per mancanza di risorse deve rinunciare a curarsi; la correzione delle storture della legge Fornero; il superamento dell’automatismo tra speranza media di vita ed aumento dell’età pensionabile; l’introduzione di un qualche meccanismo di perequazione nel sistema contributivo che ha fatto dell’Italia, insieme al Cile, paese cavia di esperimenti ultraliberisti, la nazione con il sistema pensionistico più ingiusto al mondo; l’innalzamento delle pensioni minime sopra la soglia di povertà; una istruzione pubblica e gratuita dall’asilo all’università per tutti. Dove si trovano le risorse per tutto questo? La strada maestra, insieme a quelle della riorganizzazione, dell’efficienza, della lotta agli sprechi, è quella di ripercorrere a ritroso la via che, a partire dagli anni Ottanta con la famigerata riforma della Banca d’Italia, ha portato alla privatizzazione delle politiche monetarie e di bilancio facendo divenire il debito pubblico, che costituiva un lauto business per lo stato, per la collettività, un fardello con il quale le centrali speculative globali soggiogano gli stati e si rubano il nostro futuro, fino a situazioni estreme come la Grecia, vittima di crimini che andrebbero giudicati al più presto da un tribunale speciale internazionale.

Scelte concrete per rafforzare la pace

La terza direttrice che interpella l’impegno dei cattolici in occasione della prossima campagna elettorale è quella internazionale. Non possiamo pensare al futuro del Paese senza discutere intorno alle strategie e alla collocazione dell’Italia in un mondo che ha ormai saldamente il suo centro economico, tecnologico, scientifico, culturale e presto anche militare – con l’evoluzione della Sco, Shanghai Cooperation Organisation – nel continente asiatico.

La nuova Via della Seta, progetto strategico contro il quale negli ultimi decenni l’Occidente ha scatenato l’inferno nel Medio Oriente, devastando la vita di decine di milioni di civili dall’Afghanistan, all’Iraq, alla Siria, costituisce invece una straordinaria opportunità di sviluppo per l’Italia che è per vocazione storica e geografica un paese-ponte tra l’Est e l’Ovest. Così come le relazioni con la Russia non possono più essere delegate agli Stati Uniti e ai loro proconsoli tedeschi. Non foss’altro perché, la discutibile e avventata presidenza Trump è solo una parentesi che finirà, forse addirittura prima del previsto. Dopo si tornerà con forza alla via che porta al confronto militare con Mosca, perché così vuole l’élite economica e finanziaria che governa l’Occidente, sia con un presidente repubblicano che con uno democratico. É questo che vuole l’Italia, è davvero questo che ci conviene? Forse è venuto il momento di prendere coraggio per una discussione franca sulla strategia internazionale del nostro Paese, sapendo che l’opzione della neutralità positivamente adottata dalla confinante Austria, che pure è nell’Unione Europea e nell’Eurozona, e dalla vicina Svizzera, resta sempre una opzione praticabile e migliore di una Wehrmacht europea, esito a cui inesorabilmente stanno conducendo i progetti di difesa comune in presenza dell’attuale volontà egemonica tedesca.

La cosa che più deve preoccupare e che va superata, è l’assenza di un reale confronto di posizioni su questi nodi cruciali della politica internazionale in un contesto in cui tutto ciò che suona come alternativo alle versioni e alle mistificazioni dei grandi media occidentali tende ad essere considerato come fake news.

L’astensionismo il vero avversario da battere

L’altissimo tasso di astensionismo registratosi nelle ultime elezioni locali, da ultime le regionali siciliane e le municipali di Ostia, è il sintomo non di un disinteresse dei cittadini bensì del suo opposto. Quando la politica non è più tale, non discute più delle questioni cruciali per l’avvenire delle persone e del Paese cessa di divenire interessante, decade a pettegolezzo, a vuoto ricambio generazionale, a rumore di fondo privo di significato. Quando invece, come ad esempio nel caso del referendum costituzionale dello scorso anno, si sottopongono al giudizio popolare i temi chiave, l’interesse e la partecipazione sono altissimi. Per questo il ruolo dei cattolici può risultare prezioso, se saprà innescare nelle varie forze politiche la discussione su ciò che più sta a cuore al Paese a scapito di un confronto solo basato sui personalismi e sulle lotte per il potere. E ciò nonostante una legge elettorale, il rosatellum, che affida la composizione del parlamento per la quasi totalità ai capi-partito e che non consente il voto disgiunto per i collegi uninominali.

Rispetto a cinque anni fa il panorama politico appare profondamente cambiato. Lo schieramento che nel 2013 sfiorò la vittoria appare oggi diviso soprattutto da diversità programmatiche che paiono inconciliabili. Saranno gli elettori a decidere quale ruolo assegnare al polo rappresentato da un Partito Democratico, saldamente guidato da Matteo Renzi, ma in crisi di identità e di strategia, e al polo costituito dall’aggregazione di tutte le altre culture e forze riformatrici che con ogni probabilità sarà guidato dal presidente del Senato Piero Grasso. Il polo di centrodestra in versione double face, istituzionale quella berluscononiana e anti-establishment, quella di Salvini e Meloni, punta ad una netta vittoria che però potrebbe essere messa in discussione dal Movimento Cinque Stelle, che sta mantenendo stabilmente la posizione di prima forza politica del Paese. Il sistema proporzionale inoltre consente una competizione parallela tra quello che a detta di molti osservatori, sarà il vero confronto bipolare delle prossime elezioni, pur seccamente smentito dalle forze politiche interessate: l’asse delle larghe intese fra Pd e Forza Italia e quello dei cosiddetti “populisti”, fra M5S e Lega.

Un quadro siffatto è la risposta chiara della storia a quanti per vent’anni hanno predicato la riduzione forzosa del sistema politico in due soli schieramenti o partiti. Uno schema lodato dagli organi di informazione perché garantisce, chiunque vinca, l’attuazione di un medesimo programma gradito ai grandi poteri economici e finanziari, e che gli Italiani invece hanno dimostrato di non più sopportare.

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