Pd, un decennale tra molte incertezze

Dieci anni di Pd. Un lasso di tempo forse troppo breve per un tracciarne l’evoluzione storica; un periodo comunque sufficientemente ampio per compiere qualche riflessione politica. Punto di partenza è che, al di là di tutto, al netto di limiti programmatici e carenze di leadership, resta più che mai valido l’impianto di fondo: unire le forze del riformismo italiano in un solo partito. Un’unica formazione capace di tenere assieme le tre grandi culture riformiste: quella cattolica, quella liberale e quella socialcomunista. Un comune progetto nel segno del solidarismo sociale e della promozione delle classi subalterne alla responsabilità della guida del Paese. Il tutto senza mai scivolare in una lotta di classe che ponga i ceti sociali uno contro l’altro, ma nella prospettiva di una solidarietà interclassista e di una società inclusiva.
Questo, se vogliamo, il progetto nelle sue linee fondanti, da declinarsi poi nella realtà della contingenza politica. Ed è qui, onestamente, che si misura lo scarto tra le intuizioni, e le intenzioni, del grande disegno e una politica spesso deludente con una classe dirigente, specie quella che pensava di rottamare il mondo, davvero di modesta caratura. Per di più il decennale coincide infatti con una scissione forse inevitabile, certamente dolorosa, che ha privato il Pd di personalità che sarebbe stato proficuo mantenere al suo interno, dove invece da tempo alligna un ceto politico forse tra i più mediocri che la pur tormentata storia della sinistra ricordi.
Risulta infatti impossibile non rimarcare il differente spessore politico e culturale tra chi se ne è andato (come Pierluigi Bersani o Massimo D’Alema), chi resta fuori “accampato nella tenda” (come Romano Prodi) e la larga parte degli esponenti renziani. Giovani non certo privi di buona volontà, dotati anche di notevole energia, ma nello stesso tempo del tutto impreparati a condurre in porto quel salto di qualità progettuale di cui il Pd avrebbe bisogno. E qui probabilmente emergono i limiti anche del suo leader, cioè di Matteo Renzi, per molti versi il più promettente della generazione della “nouvelle vague” democratica. La scelta della classe dirigente del partito è sua. Come sua è in massima parte la sequela di errori commessi, a partire dalla personalizzazione del referendum costituzionale sulla riforma che, pur con alcune pecche, avrebbe potuto aprire la strada ad una nuova fase della nostra vita pubblica.
C’è poi un paradosso su cui riflettere. Si è tanto parlato di vocazione maggioritaria del Pd, ossia dell’ambizione di rappresentare da solo l’intero specchio del centro-sinistra. Quello che in pratica accade ai laburisti britannici. Per giungere a questo approdo, pienamente sensato in un’ottica bipolare, bisogna però essere muoversi con coerenza. Intanto occorre una legge elettorale prevalentemente maggioritaria (come il vecchio Mattarellum) ma poi, soprattutto, essere capaci di includere, di concedere spazio a tutti. Non a caso nelle file laburiste convivono posizioni che vanno dal centrismo europeista, alla Pierferdinando Casini tanto per intenderci, fino ai trozkisti antiglobal, gente che bollerebbe Roberto Speranza come un irrecuperabile moderato.
Ma per stare tutti insieme, in un vero partito plurale, occorrono dei robusti meccanismi democratici. Bisogna discutere di politica, disporre di momenti di elaborazione culturale aperti a tutte le componenti, fare dei congressi veri e non dei plebisciti. In pratica fare tutto l’inverso del Pd renziano. Verrebbe quasi da dire che l’idea di Renzi sia quella di una vocazione minoritaria, altro che un’ampia piattaforma riformista.
Diventa dunque impellente uscire dal vicolo cieco e costruire, prima possibile, una coalizione che unisca i democratici alle altre forze di centro e di sinistra, in nome dell’Europa e di un vero riformismo. Certo che quando la maggioranza renziana boccia in termini perentori qualsiasi tentativo della minoranza interna di discutere sull’età pensionabile o sul ripristino dell’art.18, c’è da chiedersi di quale riformismo si stia parlando e cosa vuole essere il Pd. Fare chiarezza su questo significa anche dare nuovo slancio al progetto originario che, lo ribadiamo, resta la più bella novità della politica italiana degli ultimi decenni.

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