Sicilia, la decrescita felice della politica

L’effetto di una esagerata lettura in chiave nazionale delle elezioni regionali siciliane è stato quello di far salire l’astensionismo ben oltre la maggioranza assoluta del corpo elettorale. La nuova polarizzazione del voto, quella tra centrodestra e Movimento 5 Stelle si è verificata non guadagnando nuovi consensi, ma in senso decrescente, ed alla fine l’ha spuntata chi è riuscito ad arginare meglio le perdite. Leader e media nazionali paiono troppo intenti a stabilire quale sia il responso del voto siciliano sulle prossime politiche, da perdere di vista le indicazioni più chiare, e preoccupanti, di queste elezioni.

Il primo dato è il forte astensionismo che ha riguardato ben il 54% degli elettori, e che rende più fragile la indiscutibile vittoria della coalizione di centrodestra, seppur dovuta, oltre alla ricomposizione dell’unità dell’alleanza rispetto alle scorse regionali del 2012, alla capacità di limitare maggiormente il calo di consensi rispetto ai Cinque Stelle.

Il secondo dato appunto riguarda il movimento di Grillo che, forse per la prima volta, non deve il suo ottimo risultato in termini di percentuale alla capacità di intercettare voto di protesta, dei delusi dalle altre forze politiche o di potenziali astensionisti, bensì al fatto di aver perso meno consensi rispetto alle forze divise del centrosinistra, su cui pesa evidentemente anche un giudizio sugli ultimi due governi. Mentre tutti, o quasi, cantano felicemente vittoria ed insistono a vedere nel voto isolano un assaggio di ciò che accadrà alle prossime elezioni politiche, ciò che emerge da questo voto è un ulteriore indebolimento del filo che dovrebbe legare rappresentanti e rappresentati in una democrazia in buona salute.

La Sicilia ci dice soprattutto che quella cospicua fascia di elettorato disillusa, e verosimilmente più debole dal punto di vista sociale ed economico, dentro la quale il M5S riusciva a pescare ampi consensi, sta esaurendo la propria pazienza. A costoro, vale a dire alla componente sociale maggioritaria dei ceti intermedi e lavoratori, non basta più neanche un’offerta politica che impropriamente si suole definire populista. Servono fatti. Servono forze politiche con idee, progetti e visioni strategiche, capaci con concretezza e con risultati tangibili in tempi brevi, di interrompere un meccanismo di bilancio che ha prodotto effetti nefasti sull’economia e sul lavoro, che sacrifica la sostenibilità del vivere della maggioranza della popolazione sull’altare di una austerità senza senso e che dà di più ad una ristretta fascia che ha già moltissimo, togliendo il necessario ai giovani, alle famiglie, a chi necessita di cure e di servizi.

Se c’è una sfida dal voto siciliano per le prossime politiche, è questa. Altrimenti il futuro della politica non potrà che essere quello di una decrescita felice, quanto incosciente, verso quelle criticità strutturali, in termini di aumento delle disuguaglianze, di precarizzazione della società, che si stanno costruendo e che inesorabilmente finiranno per presentare il conto.

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