“Der Freischütz” (“Il franco cacciatore”) di Weber al Teatro alla Scala

Di inedita raffinatezza la direzione di Chung, ma lo spettacolo del regista Hartmann non convince.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Der Freischütz (Il franco cacciatore) di Weber torna sul palcoscenico del Teatro alla Scala dopo diciannove anni di assenza. Ciò la dice lunga su quanto quest’opera, tanto celebre in Germania, in Italia continui a non trovare la giusta collocazione che merita nel repertorio. La partitura segnò, nelle sue componenti formali (è un singspiel, che alterna parti musicali a dialoghi parlati) così come nelle tematiche trattate (dove le forze del male tentano di prevalere su quelle del bene, in un mix fra serio e comico, fra colto e popolare), la nascita dell’opera nazionale romantica tedesca. Lo spirito che l’attraversa richiede impegno per essere compreso, soprattutto da parte di chi non proviene dall’humus culturale in cui nacque.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Spettacolo ed esecuzione musicale devono pertanto cogliere – secondo le parole di Wagner, che apprezzava moltissimo Der Freischütz“quella silenziosa vita dell’animo, tra il triste e il sognante, che è l’eredità del sangue tedesco”. Eseguirla e metterla in scena non è dunque facile. Sul piano registico, in terra tedesca, è fra le opere più martoriate dai soloni del regietheater. Ma qualora si voglia proporla nel rispetto della tanto vituperata tradizione, quindi mettendo in luce quella simbiosi fra uomo e natura intesa come sede delle forze contrapposte del bene e del male dal cui scontro scaturisce il perdono redentivo dell’amore che salva dall’agire del maligno, è facile cadere in forzature, o peggio in banalità folkloristiche da festa contadina, fra danze pittoresche, risuonar di corni da caccia e gare di tiro a segno, o fra visioni contemplative notturne al chiaro di luna e forze telluriche mosse da richiami demoniaci.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Lo spettacolo di Pier’Alli, nel 2008 alla Scala, pensò ad un natura fatta di distese erbose color smeraldo, così pulite e ben rasate da sembrare campi da golf. Eppure la natura nel Der Freischütz non è solo benefica, è appunto anche quella che scatena il demoniaco, antitesi della simbiosi dell’uomo con la genuina serenità di un ambiente di quieta condivisione popolare. Oggi Matthias Hartmann, che firma il nuovo allestimento scaligero, sembrerebbe puntare sulla didascalica narrazione degli eventi, ma poi si perde fra scene di Raimund Orfeo Voigt che, con grandi tronchi d’albero neri, danno l’idea dell’immensità impenetrabile di una scura foresta all’interno della quale, per contrasto, i luoghi della comunità (case e chiesa) sono disegnati con tubi illuminati al neon e dove i costumi di Susanne Bisovsky e Josef Gerger, estrosamente colorati e di fattura bizzarra, sono decisamente kitsch. 

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Non sarebbe stato un peccato mortale, come talvolta sembra sia per alcuni, puntare ad un’impostazione dell’opera nel segno della tradizione. Per farlo bisognava però evitare la caricatura della tradizione stessa, orientandosi decisamente verso lidi registico-figurativi dove l’antico sia antico, e non la sua forzata rivisitazione moderna. Sul piano musicale la bacchetta di Myung-Whun Chung dapprima disorienta. Certo si è dinanzi ad un gran direttore e ad un’orchestra scaligera che suona benissimo, precisa anche nei non facili interventi degli ottoni, ma la sua concertazione rompe ogni legame con quello che in passato si era sentito per questa partitura. Nessuna sonorità tellurica o sfogo romantico in stile Sturm und Drang, nessuna concessione al compiacimento coloristico e ritmico, ma un suono che, fin dall’ouverture, appare soffice, elegante, sfumato sempre, con dinamiche dai contrasti graduati col contagocce.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Forse mai si era sentito un Der Freischütz così sognante ed interiorizzato, pervaso di intimistici languori; ed è chiaro che nelle arie di Agathe, soprattutto in quella che apre  il terzo atto, il lirismo di Chung appare come incantato, sorvegliato da una placida, quasi sovrumana dimensione onirico-distensiva di virginale candore, specchio della pura solidità d’animo di una figura femminile tipicamente tedesca, che guarda al futuro, all’opposto di come fa il tormentato Max con i suoi tentennamenti, confidando fiduciosa nei valori della provvidenza. Il cast è nell’insieme buono ma senza grandi colpi d’ala.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

Il solo Kaspar di Günther Groissböck si impone per le doti attoriali unite all’aitante ed atletica presenta scenica prima ancora che per la voce di basso timbrata ma dagli armonici non così ampi da colmare di suono la grande sala della Scala. Eppure è sarcasticamente sbruffone quanto basta nelle pagine brillanti, così come tenebroso in quelle drammatiche. Gli altri sono tutti qualitativamente inferiori, a partire dal Max di Michael König, tenore di scarsa attrattiva timbrica, privo di nerbo vocale ed espressivamente stinto. Il soprano Julia Kleiter ha voce un po’ leggera per la parte di Agathe, ma ne onora il lirismo al meglio delle sue possibilità, mentre Eva Liebau è una Ännchen scontatamente soubrettistica. Nei ruoli di contorno si segnala, per la voce grave di solenne autorevolezza, l’ottimo Eremita di Stephen Milling, specchio della superiore statura morale che il suo personaggio incarna quale simbolo e guida di una comunità imbevuta di fede popolare, poi Till Von Orlowsky, Kilian, Frank Van Hove, Kuno e Michael Kraus, un Ottokar un po’ sopra le righe.

Successo per tutti e repliche fino al 2 novembre, che si intrecciano a quelle di Nabucco  di Verdi con protagonista l’inossidabile Leo Nucci.

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala.

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