Andreja Restek – Nel cuore della notizia

Genitori, insegnanti e giornalisti. Queste, nel pensiero di Andreja Restek, le tre categorie di persone alle quali spetta il compito di istruire tutti gli altri. Il problema però, evidenzia, è che oggi il giornalismo non si fa più come dovrebbe essere fatto, cioè sul campo, a scovare le fonti, a verificare i fatti, andando al cuore delle notizie. Cioè come fa lei, fotoreporter di razza, autrice di reportage da paesi in guerra e zone a rischio, spinta da una insopprimibile necessità di raccontare storie e documentare drammi altrimenti spesso invisibili ai grandi media, concentrati su sterili dibattiti in studio o su articoli stilati col copia-e-incolla dalle notizie d’agenzia.

Un’attività preziosa e al tempo stesso rischiosa, che pochi operatori dell’informazione si sentirebbero di praticare. È possibile che questa pulsione a raccontare le guerre nasca dalle sue origine croate? Andreja non parla volentieri della guerra nella ex-Jugoslavia, ma ammette “Ognuno ha il proprio vissuto, venire da un Paese in guerra ha certamente influito. Anche perché non si può parlare di guerra senza aver visto direttamente”. Ma raccogliere testimonianze in prima persona non è facile, la battaglia va combattuta ancora prima di partire, per convincere editori e capi redattori della necessità di mandare inviati a seguire le vicende sul posto, cosa sempre più rara.

Poi c’è il rischio oggettivo, naturalmente, e con esso la giusta dose di paura, quella necessaria per indurti alla prudenza. “Certo che c’è la paura, però parti lo stesso. E il giorno che non dovessi più sentire paura, mi auguro di essere abbastanza saggia da smettere” sottolinea Andreja. Perché si sa che il vero coraggio è superare la paura, mentre l’assenza di paura è semplice incoscienza. Ma come ci si prepara a missioni che a noi umani fanno gelare il sangue al solo pensiero? “Io preparo due liste –spiega Andreja- una con tutte le cose che ho intenzione di fare, l’altra vuota, così non resto delusa se non riesco a fare tutto quello che ho scritto nel primo elenco. Perché arrivando sul posto il programma è destinato fatalmente a cambiare, ci si deve adeguare, con rispetto e senza presunzione”. Buon senso e profilo basso, nessun atteggiamento da supereroe o da portatore di una civiltà superiore, indispensabili per infiltrarsi in contesti complicati e rischiosi senza attirare troppo l’attenzione.

Altro aspetto fondamentale è la preparazione relativa alla destinazione, la parte più difficile, che consiste essenzialmente nel trovare un “fixer”, ovvero un referente locale, affidabile. Perché è indispensabile avere qualcuno in grado di sapersi muovere e procurare contatti in zone a rischio e contesti ostili, ma è anche fondamentale che questi sia persona di massima fiducia perché l’inviato mette praticamente la vita nelle sue mani. Se poi sei donna, la cosa è ancor più complicata e rischiosa. In anni di attività, Andreja è riuscita a costruire una rete di contatti che le facilita il compito, ma non vi sono comunque certezze, e la possibilità di essere abbandonati a sé stessi, o peggio ancora traditi, dal proprio referente non è da escludere. Per questo è vitale essere sempre vigili e attenti, capire con istinto e mestiere se vi sia troppo pericolo, saper reagire con prontezza. Come la volta che le arrivò improvviso l’avvertimento: “scappa, ti stanno cercando” e allora via, subito, veloce, senza pensare. Del resto, quando si lavora in posti come la Siria, il rischio di essere rapiti, secondo Andreja, sfiora il 90%, quindi prudenza e massima allerta sono d’obbligo.

Ma anche altri progetti in Paesi meno a rischio presentano difficoltà, come l’ultimo in Turchia, a documentare la condizione dei profughi siriani fuggiti oltre frontiera e bloccati nel Paese anatolico a causa delle “politiche migratorie” dell’Unione europea, che finanzia il sultano Erdogan con miliardi di euro perché trattenga i rifugiati e non li lasci proseguire per l’Europa. Imprigionati a metà del guado, privi di mezzi di sussistenza, i siriani devono adattarsi per sopravvivere in un paese che li sfrutta come manodopera a basso costo. Un destino che coinvolge anche i minori, migliaia di ragazzini trattati come schiavi da imprenditori di pochi scrupoli. E innumerevoli sono le donne costrette a prostituirsi, coperte da una cortina di ipocrisia che fa comodo a tutti e che ha impedito ad Andreja di raccogliere testimonianze dirette. Tuttavia, ha potuto registrare la volontà di molti di tornare a casa, quando possibile. In particolare gli uomini non sono entusiasti della possibilità di approdare in Europa, perché, hanno confessato ad Andreja, appena arrivate in Occidente le donne chiedono il divorzio, inebriate da possibilità di emancipazione impensabili nei paesi islamici. Storie spicciole, quasi pettegolezzi, ma che in contesti simili diventano testimonianze preziose, che aprono prospettive inaspettate e che, sommate a migliaia, determinano la Storia di popoli e nazioni.

È un vissuto quotidiano e al tempo stesso straordinario quello che Andreja riesce a cogliere immergendosi in luoghi e ambienti preclusi alla maggior parte di noi. Come i contatti coi trafficanti di armi, o coi guerriglieri dell’Islamic Army. Ogni suo ricordo, anche minimo, anche apparentemente banale, diventa significativo grazie alla cornice di straordinarietà nella quale è incastonato, il contesto di riferimento filtrato dalla sensibilità di Andreja. Che racconta tutto con rispetto ed empatia, perché, dice, “le persone che hanno perso tutto e ti raccontano la loro storia ti stanno donando l’ultima cosa che gli è rimasta”.

Una sensibilità che l’ha convinta ad andare oltre alla pur importante azione di testimonianza, puntando sulla solidarietà diretta. A questo scopo ha fondato la Onlus “L’ambulanza dal cuore forte”, che raccoglie donazioni che poi Andreja stessa porta a destinazione, senza intermediari. Una delle ultime azioni di sostegno riguarda proprio i profughi siriani in Turchia: Andreja ha portato un contributo economico perché i ragazzini potessero affrancarsi dal loro lavoro in semi-schiavitù e riprendere gli studi, fondamentali per il loro futuro. Forse una goccia nel mare, ma comunque un seme di speranza donato col cuore, il cuore forte di una donna dall’apparenza fragile e dai modi timidi, ma dotata di un coraggio e una determinazione straordinari.

Print Friendly, PDF & Email

Commenti