Francia, un lavoro sempre più flessibile

Tra qualche settimana, in Francia, verrà varata per decreto la nuova riforma del lavoro. A differenza di quanto era accaduto con la precedente riforma del ministro socialista, Myriam El Khomri, imposta alle parti sociali senza alcuna concertazione, questo nuovo testo è stato discusso con i sindacati e le associazioni delle imprese.

A brindare pero’ e’ solo il Medef  (la Confindustria transalpina) in quanto i sindacati hanno dovuto, come accade da tempo, giocare soltanto  in difesa. Senza peraltro ottenere un gran che.

Il progetto liberalizza infatti le regole sui licenziamenti, introducendo la cosiddetta rottura convenzionale collettiva, che evita alle aziende un vero e proprio piano di uscite volontarie incentivate. Il nuovo dispositivo non contiene, come i piani di uscita, vincoli a nuove assunzioni dopo la sua messa in opera, lasciando in pratica alle aziende la possibilità di ampi ed incontrollati cambiamenti di personale. Una misura che, per di più, si combina con la possibilità per tutte le aziende con meno di venti lavoratori, di stipulare accordi facendo a meno della controparte sindacale ed avendo come interlocutori semplici rappresentanze del personale. Facile immaginare che queste rappresentanze saranno assai svantaggiate nelle trattative con l’azienda, che potrà imporre qualsiasi soluzione a suo piacimento, sotto la minaccia di licenziamenti o di ristrutturazioni produttive.

Il presidente Macron ha parlato di un modello basato sulla flexi-security, in grado di coniugare cioè la richiesta di flessibilità da parte delle imprese con le necessarie tutele per i lavoratori, particolarmente incentrate sulla formazione continua. A conti fatti, se davvero questo sarà il testo del decreto emanato dal governo, pare restare in vita solo la parte “flexi” del binomio, mentre tutto quanto riguarda la “security” viene rimandato a futuri provvedimenti.

L’Eliseo ha detto di volersi concentrare sulle esigenze di competitività delle piccole imprese. Lodevole intento, perché in molti settori le aziende di piccole dimensioni sono un po’ l’ossatura della struttura economica transalpina. C’è da chiedersi però se siano davvero queste le misure più adatte allo scopo. Nessuno vuole affrontare, ad esempio, la questione dello squilibrio nei pagamenti delle piccole realtà nei rapporti dei grandi gruppi. Regolarizzare i flussi finanziari dalle grandi imprese committenti verso le piccole aziende fornitrici, agevolerebbe senz’altro la competitività di queste ultime. Ma al di là di questo tema, che potrebbe trovare magari spazio in altri testi di legge, è la logica stessa di questa nuova riforma ad essere totalmente sbagliata.

Purtroppo il governo francese sceglie una competizione economica di mediocre levatura, dove tutto si gioca sul costo del lavoro e sulla compressione delle tutele della mano d’opera che si vuole impiegare con modalità sempre più flessibili. Lavoratori dunque alla mercé dell’andamento del mercato o, peggio ancora, delle volubili scelte di manager la cui unica strategia è, spesso, la riduzione del costo dei dipendenti.

Il fatto è che la crescita economica è qualcosa di complesso da conseguire ed è inutile illudersi di farlo in modo duraturo puntando solo sul costo del lavoro. Una scorciatoia che forse è pagante nel breve periodo ma che poi allontana le imprese da una competizione di qualità, basata sull’innovazione tecnologica, sulla ricerca, sulla qualificazione e la competenza del personale. Certo, tocca allo Stato sostenere in tal senso le aziende, specie quelle più piccole, con opportuni e calibrati strumenti fiscali. Ma allora si punti su questo e non sull’indebolimento delle tutele dei lavoratori. Anticamera di una corsa al ribasso che alla fine trascina verso il basso l’intero sistema produttivo.

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