Charlie e gli altri

  

Il 4 agosto il piccolo Charlie Gard avrebbe compiuto il suo primo anno di vita. Avrebbe, se i medici del Great Ormond Street Hospital, supportati dalla Corte di Londra, non avessero staccato le apparecchiature che lo tenevano in vita. Come molti sanno, i genitori hanno condotto una strenua battaglia legale perché venissero proseguite le cure al loro piccolo, chiedendo anche che fosse sottoposto a cure sperimentali per quella che attualmente appare ancora come una sindrome incurabile. Una decisione, quella dei medici e dei giudici, che a giudizio di molti è apparsa opinabile, rinunciataria, affrettata, persino spietata, priva di quel senso di pietas che dovrebbe guidare le menti e i cuori in vicende così delicate e laceranti, ai confini della bioetica e delle attuali possibilità terapeutiche.

Non intendiamo dare qui giudizi di merito su quanto accaduto: altri, ben più titolati, si sono espressi in proposito, durante tutto l’arco della battaglia legale conclusasi con la morte del piccolo per sospensione delle terapie. Non è neppure questa la sede per ripercorrere la vicenda, sulla quale l’attenzione dei media è stata focalizzata per lunghi mesi. In realtà, è proprio quest’ultimo aspetto, solo apparentemente secondario, che vogliamo analizzare: quello della sovraesposizione mediatica.

Perché l’interesse con cui i mass media occidentali hanno seguito il caso è indicativo dello squilibrio che si è creato, e che continua a crescere, fra mondi diversi. Intendiamoci: quanto è successo a Charlie è straziante, una piccola vita corrosa da un male incurabile e sottratta all’affetto dei genitori non tanto dalla malattia, quanto da protocolli medici e carte bollate di tribunali. E sono estremamente comprensibili la determinazione, la caparbietà e il coraggio coi quali i genitori hanno cercato di difendere la loro creatura, pure se condannata, non dimentichiamolo, da una sindrome degenerativa ineluttabile. L’amore per un figlio e la speranza non possono avere barriere costruite sulla razionalità e sulla scientificità. Ed è anche comprensibile l’ondata di emotività ed empatia che ha percorso moltissime persone, tanto che la sottoscrizione lanciata dai genitori per finanziare ulteriori percorsi terapeutici ha raccolto oltre un milione e 250 mila sterline, una somma considerevole.

Quello che stride nella vicenda è l’abisso informativo fra “Charlie” e “gli Altri”. Nei lunghi mesi nei quali il piccolo inglese –e con lui i genitori- ha lottato contro un destino di fatto segnato, migliaia, decine di migliaia di altri bimbi come lui morivano per malattie facilmente curabili, a volte solo per il fatto di non avere accesso a quantità sufficienti di cibo o di acqua salubre, come ci ha ricordato recentemente lo stesso papa Francesco: Le cifre che le Nazioni Unite rivelano sono sconvolgenti e non ci possono lasciare indifferenti, mille bambini muoiono ogni giorno a causa di malattie collegate all’acqua “. Non è nostra intenzione mettere in contrapposizione due tragedie di diversa natura, ma solo ricordare a tutti, in particolare a chi fa informazione, che le vite di quegli “altri” bambini non sono meno importanti e preziose di quella di Charlie, e che anche i piccoli morti a decine per fame, morbillo, diarrea, malaria hanno a loro volta dei genitori, forse altrettanto straziati, o forse piuttosto rassegnati a un destino segnato dal Paese o dalle condizioni socio-economiche in cui sono nati. Alimentare la speranza di vita di quell’uno, gravemente malato, e degli altri, ai quali basterebbe così poco per sopravvivere, non sono due scelte contrapposte, entrambe puntano a preservare la vita.

Esattamente come è stato giusto battersi per il destino di Charlie, sarebbe altrettanto doveroso farlo per le vite di quegli altri bambini nati nel posto sbagliato o del colore sbagliato. La stessa enfasi mediatica, la stessa commozione empatica riversata sulla vicenda del piccolo londinese andrebbe rivolta anche al di fuori del nostro piccolo, fortunato spicchio di mondo. Ricordiamoci tutti, e primi fra tutti coloro che fanno informazione, dei milioni di “Charlie” che aspettano a loro volta di essere salvati da una confezione di alimenti ipernutrienti, da una vaccinazione, da una terapia a basso costo, o da un semplice sorso d’acqua.

 

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